A Solignano i resti di Florentina?

Chiara Pozzati

Un movimento secco del braccio quasi a fendere l’aria. Tanto basta per Askan, il «cane con le stellette», per entrare nella radura e frugare col naso ogni zolla di terra. L’obiettivo è sempre lo stesso: la ricerca di Florentina Nitescu, la mamma romena svanita nel nulla nel 2013 dalla sua casa di Albareto, e di quella verità che ancora sfugge. Solo che ieri mattina la bussola degli investigatori ha puntato dritto verso Solignano. Lungo un sentierino arrampicato sulla montagna, in località Fosio per la precisione, a un pugno di metri dove due settimane fa è stato rinvenuto il macabro teschio ancora senza nome. Per quanto i militari abbiano le labbra sigillate, è ormai chiaro: le indagini non si sono fermate, tutt’altro.

Nell’occhio del ciclone è finito Solignano e viene spontaneo pensare che la pista, seguita con determinazione dagli uomini del Nucleo investigativo di Parma e dal pm titolare dell’inchiesta Giuseppe Amara, sia legata a nuovi indizi. Sotto la lente degli inquirenti ci sarebbero eventuali movimenti e relazioni che legherebbero Paolo Devincenzi, il compagno della 33enne indagato per omicidio e occultamento di cadavere, a questo spicchio della Val Taro. Chiaro che di conferme ufficiali neppure l’ombra e il condizionale è d’obbligo. Ad ogni modo la presenza in forze delle divise è di per sé un chiaro segnale. Sono da poco passate le otto del mattino, quando i primi mezzi dei carabinieri piombano in uno dei pochi accessi alla radura. Non ci sono solo gli uomini dell’Investigativo, ma anche del Nucleo cinofili dell’Arma di Bologna, della Compagnia di Borgotaro e della Stazione di Solignano.

Mentre nei laboratori del Ris ci si occupa del teschio, fuori potrebbero esserci nuovi resti di un cadavere che, a prescindere dal fatto che si tratti di Florentina o meno, è stato rinvenuto nel bosco. Ed è proprio per questo che Askan, 6 anni di cui già tre di onorata carriera, segue fedelmente l’appuntato scelto Marco Muglia. Un’empatia che si percepisce al primo sguardo ed esplode appena la ricerca entra nel vivo. Il conduttore lo fa sgambare, giusto un pugno di minuti, quindi si entra in azione. Otto minuti, forse meno, lungo un percorso divorato da arbusti che una volta era una pista pedonale per Parma e si arriva a destinazione.

A un passo dalla radura, prende il via quello che per il cane è il «rituale». Il pastore tedesco deve indossare un collare arancione: segno inequivocabile che per lui inizia il lavoro, non è una scampagnata nel bosco. Il fiuto dell’investigatore a quattro zampe, capace di captare e riconoscere 2mila molecole in ogni respiro, penetra zolle di terra, scandaglia cespugli, rovi, buche e tronchi. Attualmente non esiste strumento più rapido ed efficace per captare su terra e nell’acqua sangue e resti umani come conferma l’appuntato Muglia, esperto del settore che segue da sempre gli aggiornamenti professionali in Germania, la patria per eccellenza per questo tipo d’addestramento. Askan, un carabiniere a tutti gli effetti, con tanto di infermiere personale proprio per non tradire durante un’operazione delicata, passa al setaccio questo tratto di bosco. Grazie al suo fiuto si può escludere un altro tassello. Fosio è pulito. Ma la percezione è netta: la ricerca non è finita. Tutt’altro.