«Ci hanno tolto il figlio per uno schiaffo»

Laura Frugoni

Lo chiameremo Matteo: quando s'è scatenato questo terremoto nella sua vita aveva 13 anni, faceva la seconda media ed era una mattina di primavera. La mamma lo aspettava per pranzo come ogni giorno (abitano a due passi dalla scuola), ma la pasta ormai era fredda e Matteo non s'affacciava sulla porta. Lei ancora non sapeva: gli assistenti sociali erano andati a prenderlo a scuola per portarlo in una casa d'accoglienza, con un provvedimento urgente firmato dal vicesindaco Paci. Il motivo? Il comportamento violento del padre, che la sera prima l'aveva picchiato. Matteo ci è rimasto due giorni e due notti in quel posto, poi è stato rimandato a casa con un nuovo provvedimento, altrettanto urgente, firmato dal sindaco Pizzarotti, che revocava quello di due giorni prima. Su quel foglio c'è scritto che, in base alle informazioni raccolte in quelle 48 ore, sussistono «elementi di sufficiente tutela tali da ritenere non esistente un attuale pericolo di pregiudizio del minore e consentire il rientro del minore nel contesto familiare». In parole povere: ci siamo sbagliati, il padre non è un orco cattivo e Matteo torna a casa. Ma i genitori di Matteo non l'hanno presa esattamente come un happy end: a quasi tre anni di distanza la mamma dorme sonni agitati e soffre d'attacchi di panico e anche adesso che deve riavvolgere il nastro, a quasi tre anni distanza, lo dice appena ti stringe la mano: «ieri sono svenuta due volte. Mi sento come in quei giorni là».

Il padre indagato
La storia la raccontano nella sede del Movimento Nuovi consumatori, accanto al presidente Filippo Greci che li affianca nella battaglia: «Questa vicenda li ha devastati. Chiederemo un cospicuo risarcimento al Comune, che ha avviato un procedimento in base all'articolo 403 del Codice civile, ma quell'articolo specifica che un minore, per essere tolto ai genitori “deve trovarsi in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica” e questo avviene in casi rarissimi. Al provvedimento del Comune è seguita una denuncia, il padre è diventato un indagato: accusato di maltrattamenti in famiglia. Dopo mesi la procura ha chiesto e ottenuto dal gip del tribunale l'archiviazione per la totale insussistenza delle accuse, richiesta che è stata accolta», e Greci squaderna le altre carte. Fin qui come sono andati i fatti, nudi e crudi. Il «vissuto» di quei giorni lo raccontano i genitori di Matteo. C'è un punto cruciale: cosa raccontò il ragazzino a scuola, il giorno in cui lo portarono via. Nel «dossier» messo insieme da Greci c'è anche una relazione scritta da un'insegnante e firmata dal dirigente scolastico della scuola in cui si mettono in fila i fatti successi quella mattina.

I quattro incappucciati
Dice la mamma: «Nostro figlio aveva raccontato a una professoressa di essere stato picchiato il pomeriggio precedente da quattro ragazzi incappucciati. Aveva fatto vedere i segni sul collo che gli avevano fatto tirandogli la catenina. Poi, interpellato da altri professori, aveva detto che alla sera era stato picchiato anche dal padre, che lo aveva preso per il collo e poi lasciato andare perché stava per soffocare». Com'erano quei segni? «Dei graffietti - assicura lei - non certo i segni lasciati da uno che tenta di strangolarti». «E' vero, la sera a casa io e mio figlio avevamo discusso - conferma il genitore - doveva studiare e invece l'avevo trovato davanti al computer. Quando gli ho preso il pc ha reagito con uno scatto di rabbia e mi si è scagliato contro, non l'aveva mai fatto prima. L'ho spinto via, gli ho dato uno scappellotto. Ma un padre può più dare una sberla a suo figlio? Si è chiuso in camera. Di solito quando c'è qualcosa che non va chiariamo subito, ma quella volta non andò così: si chiuse in camera e andò a dormire».

Due ore di silenzio
Il giorno dopo, non vedendolo tornare, la mamma sempre più angosciata andò davanti alla scuola ma non c'era più nessuno. «Ho cominciato ad andare in giro, sono andata in parrocchia, al federale, ho chiamato mio marito... Tornando verso la scuola ho incontrato alcuni amici di mio figlio: “ma come, lei non sa niente? E' stato prelevato”. “Come prelevato? E da chi?». Non mi hanno saputo rispondere. Mi ha raggiunto mio marito e abbiamo continuato a cercarlo...». Sono quasi le 3 del pomeriggio quando arriva una chiamata. «Lei è il papà di...? Alle 16 dovete presentarvi in Comune. Quando siamo arrivati mi hanno detto che avevano tenuto in osservazione nostro figlio perché io l'avevo picchiato. Non potevamo nemmeno vederlo, parlarci: mi è crollato il mondo addosso». Il padre racconta che Matteo in quel periodo era seguito da uno psicologo, «e meno male che anche lui ci ha aiutato a chiarire le cose, a spiegare che noi eravamo genitori “normali”. Io non mi capacito di questo: un bambino viene prelevato dalla sua famiglia se si verificano più episodi gravi, violenze. Su di noi non c'era niente. Perché non hanno fatto le dovute verifiche prima? Perché ci sono voluti due giorni prima che ce lo restituissero? Da padre rispettabile mi sono trovato trovato addosso il marchio infamante del genitore violento. Hanno fatto accertamenti su di me, come fossi un delinquente». Ma la storia degli incappucciati era vera? E vostro figlio come ha reagito a tutto questo? «Era pieno di paura, paura anche della nostra reazione: “guarda cos'ho combinato”... E' un ragazzo che parla poco, soffre dentro. A volte manifesta il suo disagio alzando la voce... L'aggressione dei ragazzi incappucciati? Pensiamo fosse vera, c'erano stati altri episodi di quel genere confermati anche dal preside». Nel provvedimento di «restituzione» c'è scritto che voi avete accettato di entrare in «un progetto di supporto» definito con i servizi sociali. In pratica? «Sì, è vero - conferma la madre - gli assistenti sociali sono venuti una volta a casa nostra, poi con i miei tre bambini abbiamo avuto una serie di incontri con un altro psicologo». Quant'è durato il percorso? «Un annetto, finché è arrivata l'archiviazione per mio marito. E intanto noi vivevamo con la paura addosso. Una volta sono andata ai giardinetti, la mia bambina è caduta dall'altalena: sono andata in panico. E se si fa male cosa penseranno di me? Che sono una madre indegna? E se mi portano via anche lei?».


  La replica  

«Nessun errore: abbiamo agito secondo la procedura»

La famiglia chiederà un risarcimento al Comune «per il grave danno subìto - tuona Greci - perché è vero che la segnalazione era arrivata dalla scuola ma è il Comune che ha fatto partire il procedimento, c'è un provvedimento firmato dal vice sindaco e poi un altro, a firma del sindaco, che restituisce il bambino come un pacco postale. Il “dissequestro” di un minore non lo fai dopo due giorni, a meno che uno non ammetta di aver commesso un grave errore. Nessuno ha chiesto scusa a questa famiglia». Nessun errore, abbiamo fatto quello che bisogna fare in questi casi: la risposta arriva dall'assessore al Welfare Laura Rossi, previo giro di telefonate con le assistenti sociali che si sono occupate del caso. «La procedura è quella prevista dalla prassi - assicura Rossi - Ci siamo basati su dichiarazioni scritte della scuola e anche su quello che aveva affermato il bambino. Il servizio ha il dovere di intervenire immediatamente a tutela del minore e di girare la segnalazione alla procura. Mi pare poi che in questo caso la decisione presa dal servizio e dal giudice sia stata di fare un lavoro insieme ai genitori, e il minore è tornato in famiglia in tempi brevi». Due giorni possono sembrare un'eternità, se un padre ha la coscienza pulita. «Certo - ribatte l'assessore - ma dipende anche da cosa aveva segnalato il bambino. E comunque è il tribunale che procede e decide. Se non fossimo intervenuti come servizio saremmo potuti passare per inottemperanti». Il bambino aveva detto di essere stato picchiato dal padre la sera prima: una volta, dunque. «C'erano già stati episodi precedenti», ribatte l'assessore. In effetti, in calce alla relazione della scuola c'è un post scriptum aggiunto a penna e firmato da un'insegnante di Matteo delle elementari (l'istituto comprensivo è lo stesso) che riferisce una confidenza ricevuta dal bambino, ma due anni prima: aveva ricevuto un orologio in regalo per la cresima ma poi l'aveva smarrito. «Il bambino aveva detto che il segno sulla faccia lo aveva fatto il papà perché aveva prestato e poi perso l'orologio (poi ritrovato)», scrive la maestra. Altri episodi? Nei documenti ufficiali messi insieme da Greci non ce n'è traccia: e se ci fossero stati davvero, sarebbe ancora più incomprensibile quel dietro-front dopo 48 ore. «Io ce l'ho soprattutto con la scuola - si sfoga la madre del bambino - è partito tutto da loro, senza dirci nulla. Eppure ci conoscevano, sanno che famiglia siamo. Io sono collaboratrice scolastica, mio marito lavora in un'azienda conosciuta, abbiamo tre bambini...». Tutto questo succedeva nell'aprile del 2014. Matteo ha finito la seconda media seduto sullo stesso banco, poi i genitori gli hanno fatto cambiare scuola. l.f.