Com'è caduto in basso il low cost
E'abbastanza difficile credere che una delle prime compagnie aeree d'Europa, capace di gestire 120 milioni di passeggeri e 1800 rotte, collezionare ricavi per 6,6 miliardi di euro e intascare 1,3 miliardi di utili si accorga da un giorno all'altro di aver calcolato male - o addirittura di essersi dimenticata - il piano ferie dei piloti. Il caso, lo sapete, rimbalza da settimane sui media e tre giorni fa ci ha toccati ancor più da vicino con la cancellazione del Parma-Trapani.
Dunque, fosse vero che un colosso come Ryanair non sia in grado di gestire il personale, ancorché inverosimile è molto grave. Ma ancora peggiore è lo scenario alternativo che sembra trapelare, ovvero la fuga di piloti sfruttati che ha costretto la compagnia irlandese a lasciare a terra centinaia di migliaia di passeggeri. Dove stia esattamente la verità forse lo sa solo il padre padrone Michael O'Leary, bravissimo a rigirare frittate mediatiche alle quali noi giornalisti abbocchiamo con troppa faciloneria. Come quella volta che annunciò i posti in piedi su alcuni voli, una fesseria buona solo per procurarsi pubblicità gratuita. E anche l'interessamento per le spoglie di Alitalia, alla luce della rinuncia, sembra da leggersi in questo senso. Con l'aggravante che il destino della ex compagnia di bandiera è una cosa seria e riguarda - pur non dimenticando la scia di sperperi che ha alle spalle - migliaia di posti di lavoro.
Quando nacque, la compagnia low cost irlandese apportò idee innovative a un mondo rimasto per troppo tempo uguale (taglio dei costi utilizzando un solo tipo di aeromobile, niente inutili fronzoli, biglietti a prezzi competitivi...) costringendo la concorrenza a reinventarsi per reggere la competizione. Ma a che prezzo? Un'azienda che macina utili non può calpestare quell'insieme di valori che tante imprese - a partire da quelle del nostro territorio - portano coraggiosamente avanti, dalla responsabilità sociale alla sostenibilità.
Il lato oscuro di Ryanair somiglia pericolosamente alle ombre della Gig Economy che sta «uberizzando» generazioni di giovani lavoratori e agli slalom dei colossi del web che dribblano le tasse con più disinvoltura di Messi. Questo ci obbliga a domandarci come mai il progresso tecnologico si stia dimostrando inversamente proporzionale a quello delle tutele. Perché l'impressione è quella di andare indietro di un paio di secoli.
Il sindacato ha la sua buona parte di colpe nell'aver zavorrato un mercato del lavoro tutt'altro che agile e competitivo, soprattutto in Italia, ma quando pensiamo che per Ryanair i sindacati semplicemente non esistono, allora è il momento di rivedere le regole, e soprattutto di renderle uguali per tutti.
atagliaferro@gazzettadiparma.net