Parma Fc, il pm: «Una marea di falsi e plusvalenze per oltre 90 milioni». Gli indagati
GEORGIA AZZALI
Il patron, l'uomo forte della società e i loro collaboratori più stretti. Tommaso Ghirardi, Pietro Leonardi, Corrado Di Taranto e Marco Preti erano finiti fin dall'inizio nel mirino. Ma a quasi tre anni dalla dichiarazione di fallimento del Parma calcio, ai nomi del presidente, dell'amministratore delegato, del direttore organizzativo e di quello amministrativo, si è aggiunta una lunga lista di indagati: 25, in totale, tra dirigenti, amministratori, sindaci e revisore dei conti. Tutti sotto inchiesta, compreso il presidente-meteora, l'albanese Ermir Kodra, che comprò il Parma per 1 euro. L'inchiesta, portata avanti dal Nucleo di polizia tributaria della Finanza e coordinata dal pm Paola Dal Monte, è stata chiusa. E ieri è partito l'avviso di conclusione delle indagini. Bancarotta fraudolenta aggravata, ma anche accesso abusivo al credito, truffa e bancarotta documentale, i reati contestati, a vario titolo e in relazione al periodo in cui gli indagati erano in carica.
IL DISSESTO GIA' NEL 2012
Era arrivato ufficialmente al capolinea il 19 marzo 2015, il Parma targato Ghirardi, soffocato da un debito di 218 milioni, ma i titoli di coda scorrevano da tempo: secondo la procura, la società era in dissesto già dal luglio 2012. Ma si è andati avanti mettendo nero su bianco una marea di falsi. Bilanci taroccati, secondo gli inquirenti, a partire almeno da quello del 2010. La parola magica? Plusvalenze. Vecchia storia nel mondo del calcio, ma anche uno «giochino» che pare ancora di moda in alcune squadre di calcio. Tradotto: se un calciatore al prezzo, ad esempio, di 10 milioni di euro, viene rivenduto per 12 milioni, la società realizza una plusvalenza di 2 milioni: soldi che saranno inquadrati come proventi, e quindi iscritti a bilancio nella voce delle entrate dell’esercizio in corso. Il problema, però, è quando i valori dei giocatori vengono gonfiati. E' il caso del Parma, già a partire dalla stagione 2009-2010: nel bilancio di giugno risultano iscritte plusvalenze per 18.292.209 euro.
Alle cessioni di giocatori corrispondono equivalenti operazioni di acquisto: nel gennaio 2010, per esempio, vengono venduti Budel e Cordova e acquistato Rispoli. Un'operazione che fa entrare nelle casse della società 6.994.703 euro di plusvalenza. E il meccanismo funziona talmente bene che, nel giro di cinque stagioni (dal 2009/2010 al 2013/2014), il Parma calcio arriva a iscrivere complessivamente nei bilanci oltre 90 milioni di plusvalenze. Ma quelle operazioni di vendita e poi acquisto «avvenivano senza movimentazioni di cassa significative, al solo scopo - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini - di migliorare il risultato economico complessivo dell'esercizio in corso e, per l'effetto, compensare le perdite operative prodotte dalla gestione».
QUEL MARCHIO SOSPETTO
Operazioni dolose per mantenere a galla il club, di cui sono accusati Ghirardi, Leonardi e i vari consiglieri d'amministrazione che si sono succeduti nel corso degli anni. Ma tra le scelte aziendali finite nel mirino figura anche quella della cessione del marchio, alla fine della stagione 2012-2013. Un passaggio che già nei mesi precedenti al fallimento aveva destato alcuni sospetti, e che - secondo gli inquirenti - ha depauperato la società. Il marchio «Parma Football Club» viene venduto alla società Parma Fc Brand, una srl costituita ad hoc dallo stesso socio di maggioranza del Parma, ossia la Eventi Sportivi spa. Il prezzo? 37.510.000 euro, Iva compresa, eppure gli amministratori - si sottolinea nell'avviso di conclusione delle indagini - sanno che la Fc Brand è «priva di qualsiasi solidità patrimoniale e capacità finanziaria». La Eventi Sportivi incorpora poi la Fc Brand, ma non verserà mai al Parma Football Club la cifra pattuita. Addirittura, la cartella esattoriale per l'Iva di gruppo viene poi pagata dal Parma Football Club. E l'obiettivo, secondo gli inquirenti, era sempre il medesimo: mettere a bilancio un credito. Per far tornare quei conti che non tornavano. Con i sindaci e il revisore che si sarebbero dimostrati un po' troppo miopi.
Ma ora gli indagati avranno 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere di essere interrogati. Poi, la palla ripasserà alla procura. Che deciderà se chiedere il rinvio a giudizio o l'archiviazione.
I PREMI «TRUCCATI»
GEORGIA AZZALI
Si sa, i calciatori hanno ingaggi da sogno. Ma se la società comincia a collezionare debiti più che guadagni, bisogna tentare di agire su tutti i fronti. Così, gli amministratori del vecchio Parma calcio, in ritardo con il pagamento degli stipendi o comunque di parte delle retribuzioni, avevano pensato di arrivare a un «compromesso» con diversi giocatori. Ecco come funzionava il meccanismo: i calciatori rinunciavano almeno a una certa somma dovuta in cambio di premi, incentivi all'esodo, diritti d'immagine o aumenti salariali. Tutti accordi sottoscritti: peccato, però, che quelle somme messe nero su bianco fossero legate a eventi assolutamente prevedibili, in molti casi scontati. Il 27 settembre 2011, per esempio, a Massimo Gobbi fu chiesto di rinunciare a 378mila euro e il giorno dopo fu già liquidato il premio «certo». Ma nell'elenco di quell'anno figurano anche Alessandro Lucarelli, Antonio Mirante, Cristian Zaccardo, Marco Pisano e Andrea Rispoli. In questi due ultimi casi la compensazione alla rinuncia riguardava l'incentivo all'esodo. Non solo. Rinuncia e premio «certo» avvengono addirittura nella stessa data, il 27 settembre 2011.
Nulla di illegittimo da parte dei giocatori, ma ciò che ha portato alla luce l'inchiesta della Finanza è la modalità di iscrizione di questi oneri da parte della società. Che li metteva integralmente a bilancio nell'esercizio successivo. Gli obiettivi? Secondo gli inquirenti, in questo modo, il Parma calcio avrebbe ridotto il debito sportivo, visto che non era in grado di rispettare le scadenze previste dal Regolamento, ma allo stesso tempo - rinviando i costi all'esercizio successivo - avrebbe migliorato il risultato di bilancio.
Un sistema «oliato» che avrebbe consentito di risparmiare sul costo del lavoro, ma soprattutto di ridurre il debito sportivo per oltre 23 milioni di euro. Nel 2014, infatti, quando la società sta annaspando - e il baratro è sempre più vicino - quasi 14 milioni non vengono contabilizzati e rinviati all'esercizio successivo.
IL FINANZIAMENTO TRUFFA
C'era bisogno di soldi. L'ossigeno mancava già dal 2010, ma successivamente la situazione si fa sempre più critica, tanto che, nel 2013, Ghirardi, Leonardi, Di Taranto e Preti arrivano a fare una falsa lettera di cessione del credito, apponendovi anche la falsa firma di Angelo Gandolfi, presidente di Erreà Sport. Con quel documento la società di abbigliamento sportivo apparentemente accettava la cessione di un credito di 1.050.000 euro dal Parma calcio alla banca tedesca Ibb Ag. Così, presentando poi effettivamente la lettera all'istituto di credito, Ghirardi e i suoi collaboratori facevano diventare la Erreà debitrice di quella mega somma. In compenso, il Parma otteneva dalla banca un finanziamento di quasi 2 milioni. Grazie a una truffa in piena regola.