Quando “Qualcuno era comunista”
Giorgio Gaber registrò “Il teatro canzone” nel 1992 a Milano. Venticinque anni dopo lo spettacolo che il cantautore scrisse con l'amico e alter-ego Sandro Luporini non ha perso nulla della sua ironia graffiante e della sua lucidità. “Il teatro canzone” è sì un live che raccoglie canzoni e monologhi dell'artista scomparso il primo gennaio del 2003, ma merita di essere ricordato come uno dei lavori più importanti del Signor G. Intanto, non è un disco “tout court”, ma uno spettacolo. Il teatro canzone è infatti una forma d'arte che il duo Gaber-Luporini aveva lanciato negli anni Settanta e che nel '92 venne appunto riproposto al grande pubblico.
Scatenò discussioni a non finire, venne amato e odiato con la stessa intensità. Gaber, che ebbe (e non poteva essere altrimenti) sempre un rapporto dialettico al limite del conflitto con la sinistra, di questa riconosceva i meriti ma metteva in luce i demeriti, le manchevolezze e le tante zone d'ombra. Spirito libero e vero libertario, non temeva neppure di esprimersi con parole forti sul concetto di democrazia. Restando sempre fedele a se stesso.
Missione compiuta, comunque. “Il teatro canzone” non è “qualcosa” da ascoltare in poltrona. E' un modo di porsi di fronti agli altri, ai problemi, alla vita. Come faceva Giorgio Garberscik (il suo vero cognome), oppure G.G. o il Signor G., il suo personaggio. Senza fare sconti, neppure a se stesso. Come quando, in altri album, parla degli italiani in “Wittgenstein” o in “Io non mi sento italiano”. Oppure quando frusta i luoghi comuni pre, durante e post sessantotto. O quando, in “C'è solo la strada”, contenuta nell'lp, massacra la vita di coppia.
“Qualcuno era comunista” venne comunque riproposto in un altro lavoro fondamentale che Gaber e Luporini scrissero nel 2001: “La mia generazione ha perso”. Fu un'altra opera che divise, forse un po' meno rispetto ai decenni precedenti, ma che fece comunque rumore. Anche quella volta i due colpirono nel segno. Il Signor G. gettava infatti sempre il sasso nello stagno ma da quello stagno non si allontanava. Rimaneva a dibattere, a ridere di se stesso e dei vizi italiani. Da uomo libero. Chi vorrà scoprire Gaber attraverso questo lavoro e tanti altri della sua sterminata produzione, dovrà però anche mettere in conto una grande amarezza. Capirà infatti quanto oggi manchi alla musica e alla cultura uno come lui.