una vita tra i libri
Roberto Ceresini: "Io libraio per caso da 50 anni in Feltrinelli"
Il libraio Roberto Ceresini, classe 1954, sta per tagliare uno storico traguardo: domani, 1º dicembre, saranno cinquant’anni esatti dal suo primo giorno di lavoro alla libreria Feltrinelli. Mezzo secolo di impegno che ne hanno fatto il volto e l’anima della Feltrinelli di Parma prima nella sede storica di strada della Repubblica e poi in quella di via Farini.
Cosa voleva fare da grande?
«Il mio sogno era giocare a pallone. Ovviamente non è andata bene, ma sono un vero professionista nel seguire il calcio allo stadio e in tv».
Quindi è stato il destino a farle incontrare i libri?
«Sì, la mia biografia potrebbe davvero intitolarsi “Libraio per caso”, come un bel volume scritto da Romano Montroni che è stato uno dei miei maestri. Casuale perché nell’autunno del 1975 - avevo ventun anni - ho saputo che alla Feltrinelli cercavano un fattorino. In quel momento avevo bisogno di lavorare e grazie al professor Mario Lavagetto sono entrato in libreria. Non avrei mai pensato che non ne sarei più uscito».
Che ricordo hai di quel primo giorno?
«Era il 1º dicembre 1975 e c’era molto freddo. Quando ho varcato la soglia della libreria - allora in strada della Repubblica - ricordo una grande apprensione e la gigantesca mole di libri esposta. Non avevo mai lavorato seriamente: quello era il vero inizio».
Conosceva già la libreria Feltrinelli?
«Sì, era aperta dall’ottobre del 1971, ci andavo per acquistare una rivista bellissima, “Re nudo”, ma non ne ero un frequentatore abituale e nemmeno un gran lettore. Poi però è cambiato tutto».
Com’era il lavoro?
«Molto complesso perché non esistevano i computer e i database informatici: per posizionare, riordinare e trovare i libri usavamo delle schede cartacee. All’inizio c’era da impazzire poi pian piano mi sono abituato. Soprattutto, però, ho cominciato a conoscere e ad osservare Giorgio Belledi, l’allora direttore della libreria. Una persona di una professionalità e competenza straordinarie».
Che cosa ti ha insegnato?
«Quattro cose, che non ho mai più dimenticato. Prima: il libraio deve conoscere e parlare con i lettori, capirne i gusti e intuire che cosa si aspettano dalle pubblicazioni. Seconda: leggere continuamente ed essere informati, consultando i supplementi culturali dei giornali e le recensioni. Terza: conoscere molto bene la città e i suoi gusti. E quarta, forse la più importante di tutte: se ti chiedono un libro, tu devi sempre sapere in quale scaffale sia. La prima volta che ho trovato un libro a memoria ho provato una grandissima soddisfazione».
Quale libro era?
«Forse “Il vecchio e il mare”… O “I promessi sposi”».
E poi la tua carriera in Feltrinelli è decollata…
«Sì, dopo circa due anni sono andato alla Feltrinelli di piazza Ravegnana, a Bologna, dove ho incontrato Romano Montroni che è stato l’altro mio grandissimo maestro perché per anni è stato direttore generale delle Librerie Feltrinelli. Da lui ho imparato che cosa vuol dire organizzare e coordinare il lavoro all’interno di in una libreria. Un anno e mezzo lì e poi sono tornato a Parma; grazie a Montroni sono entrato in un gruppo di librai giovani e molto affiatati che venivano coinvolti nell’avviamento di varie Feltrinelli in giro per l’Italia. Le trasferte potevano durare un mese intero. Poi, nel 1999, Belledi è andato in pensione e ha fatto il mio nome come direttore, è stata una grandissima soddisfazione. Lo sono stato fino alla pensione, nel 2019. Poi mi è stata chiesta una collaborazione per accompagnare la libreria di via Farini e mi è stato chiesto di ricoprire un ruolo di affiancamento e coordinamento dall’amministratrice delegata di Feltrinelli, la parmigiana Alessandra Carra».
Com’è stato invece il primo giorno nella nuova Feltrinelli di via Farini?
«Era il 5 dicembre 2012, una festa indimenticabile con una marea di gente. E, soprattutto, il taglio del nastro l’abbiamo fatto con Inge Feltrinelli».
Che rapporto ha avuto con lei?
«Un rapporto meraviglioso. Non mi ha mai fatto sentire un dipendente, ma una persona che faceva del mestiere di libraio una missione. Spesso discutevamo insieme, mi ha invitato ad alcune cene e nelle riunioni domandava sempre il mio parere. Un aneddoto: non le piacevano mai le mie cravatte, così ha cominciato a regalarmele! Un legame bellissimo che prosegue oggi con Carlo Feltrinelli che ho conosciuto quando era molto giovane».
Tre aggettivi per definire il libraio nel 1975.
«Competente, informato e motivato».
Tre per quello del 2025.
«Competente, informato e motivato, ma al cubo. Perché oggi, online, hai dei concorrenti che non perdonano e ogni giorno devi essere più bravo di Amazon».
Già, come si fa a battere Amazon?
«L’algoritmo avrà sempre un titolo adatto, ma ti proporrà qualcosa di affine a quello che hai già comprato. In realtà la lettura è uno scavo obliquo, non ortogonale. Scriveva Goffredo Parise: “La cultura è un regno di talpe lente e meravigliose che si incontrano nella cecità. Buio e silenzio aleggiano nelle loro tane, ma esse intanto scavano”. Ebbene quei cunicoli - che compongono percorsi inediti, personali e suggestivi di lettura - Amazon non li sa e non li saprà mai scavare».
Il lettore si affida ancora al libraio?
«Devo dire di sì. Molti arrivano già con il titolo di un libro suggerito da una recensione, la bravura del libraio è dire loro: “Va bene, guarda però che anche questo può fare al caso tuo”. Una delle soddisfazioni più belle è quando tornano soddisfatti, ma anche chi mi dice che il libro che gli ho consigliato non gli è piaciuto: quei dialoghi sono la parte più bella del mestiere. I lettori di Parma poi sono generalmente ben informati, d’altronde in città abbiamo una situazione invidiabile perché sono attive ben quattordici librerie, non poche. E abbiamo anche un’ottima tradizione di librai. Solo dalla piccola Feltrinelli di via della Repubblica sono infatti usciti molti direttori dei nostri negozi: evidentemente è stata una scuola importante».
Identikit del lettore parmigiano?
«Predilige la saggistica, soprattutto storia, filosofia, economia e management. E le scienze, i libri di Carlo Rovelli».
E della lettrice?
«Legge molto di più degli uomini; è raffinata ed eclettica, cerca dei libri scritti bene, adora i romanzi».
Il segreto per la presentazione perfetta di un libro.
«Due. La prima, solo all’apparenza scontata, è che bisogna aver letto il libro. Negli anni ho cominciato a fare io le presentazioni perché vedevo che molti moderatori che chiamavo non lo facevano e la cosa mi faceva molto arrabbiare. Secondo: la durata. Cinquanta minuti - compreso il tempo di qualche domanda del pubblico - mai più lunga».
Una profezia sul genere letterario che avrà più successo in futuro.
«Più che una profezia è un augurio: vorrei andassero a ruba i classici latini e greci, ma anche gli scrittori del Settecento e Ottocento. Tutte le cose più belle e più giuste mi sembra siano già state scritte, splendidamente, lì».
Lo scrittore/scrittrice più bizzarro che ha incontrato?
«Più che bizzarro, incontenibile: Vittorio Sgarbi».
E quello che l'ha messa più a disagio?
«Non posso dire il nome. Però una volta, molti anni fa, mi metto d’accordo con un autore per una presentazione e quando arriva in libreria lui mi dice che ho letto il libro sbagliato. Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo: “E adesso?”. E lui: “Tranquillo, vedrai che ce la caviamo!”. Ed è andata bene».
La libreria favorisce l’amore?
«Sì, so di due persone che si sono fidanzate dopo essersi incontrate alla Feltrinelli. Poi una volta ho persino convinto una coppia a fare il pranzo di nozze in libreria: è stata una festa bellissima. Un’altra invece ha festeggiato lì il venticinquesimo anniversario di matrimonio».
I tre eventi più riusciti?
«Quelli con Giacomo Poretti, Jonathan Coe e Stefano Rampini. Giacomo Poretti è davvero una persona squisita: dopo la presentazione siamo andati a cena insieme e dato che lui è un bibliofilo e io un collezionista gli ho regalato due prime edizioni di Philip K. Dick; ha gradito moltissimo. Ma ho un bel ricordo anche di Baricco quando, nel 2012, venne a presentare i nuovi corsi della Scuola Holden».
I tre eventi più deludenti?
«Si possono riassumere con una massima: “Quando piove, sei fregato”».
Un libro sottovalutato?
«Tutti quelli di Michele Mari».
Un libro sopravvalutato?
«La saga di “Cinquanta sfumature di grigio”».
Un autore sopravvalutato.
«Wilbur Smith o Steve Cussler. Scrivono romanzi di puro intrattenimento che fanno vendite strabilianti e poi però, piano piano, calano e scompaiono, soppiantati da altri confezionati con uno stile identico».
Un autore sottovalutato?
«Rimango su Michele Mari, autore di Einaudi. Ha una qualità eccezionale di scrittura, ma è poco considerato. Il suo ultimo libro, appena uscito, si intitola “I convitati di pietra” ed è meraviglioso».
Due case editrici da tenere d'occhio?
«NN Editore, che ha pubblicato anche il parmigiano Roberto Camurri e la fidentina “Mattioli 1885” di Paolo Cioni che pubblica, in edizioni strepitose, autori americani considerati, a torto, minori e sta ora ripresentando Dickens».
Il libro che l'ha fatta piangere?
«“Lasciami andare, madre” di Helga Schneider mi commuove tutte le volte che lo rileggo. È un libro importante, che non si può raccontare, ma soltanto leggere anzi, di più, vivere».
E più ridere?
«Tutti quelli di P.G. Wodehouse, un autore inglese degli anni Trenta che Sellerio sta ritraducendo nell’ultimo periodo: è molto ironico e presenta una grande abilità di scrittura».
Com’è cambiato, in cinquant’anni, lo spazio libreria?
«Sono entrate gradualmente nuove merceologie: la cartoleria, i dischi poi tutta l’area food. C’è stato il tornado (che però si è risolto in una pioggerellina) dell’ebook che sembrava destinato a soppiantare il libro cartaceo. Libro che, però, ha vinto e continuerà a vincere perché, come diceva Eco, è un oggetto perfetto nella sua semplicità».
Come vede il futuro?
«Innanzitutto spero che ci siano sempre più librerie e che le proposte governative le sostengano. Penso sempre di più alla libreria come un luogo di incontro, di scambio di idee, un centro di iniziative culturali con soggetti come l’Università e le associazioni del territorio. La libreria non è un non-luogo di passaggio e di sola vendita, ma al contrario uno spazio da abitare e personalizzare».
L'aneddoto più divertente?
«Inizi del 1976, c’era stata una prima di Verdi al Regio e un gruppo di importanti melomani entra in libreria. Discutono dell’opera che andrà in scena e, ad un certo punto, uno mi chiede: “E lei che cosa ne pensa di Verdi?”. E io: “A me piacciono i Led Zeppellin”. E lui, basito: “I Led chi?”».
Il mondo può cambiare grazie ai libri?
«No, non penso che un libro cambi il mondo o la nostra vita, ma di certo li migliora. Così come, senza dubbio, migliora uno Stato: più lettori significa più confronto e, per forza, una democrazia più solida».
In quale romanzo le piacerebbe entrare?
«In “Robinson Crusoe” che è il libro che mi entusiasma di più e che ho riletto più volte. Tutti pensano che sia semplicemente la storia di un naufrago, dimenticandosi che il titolo originale è “Le avventure di Robinson Crusoe” perché la narrazione, dopo il ritorno del protagonista in Inghilterra, continua e si fa, se possibile, ancora più avvincente».
Una persona che vorresti ringraziare?
«Oltre a quelle che ho già citato, mia moglie Elisabetta per il sostegno e l’aiuto datomi in tanti anni di lavoro».