il racconto della domenica
Roba da fantasmi
Silenzio. Nella mia testa era il vuoto più assoluto. Eppure: io c’ero. Non riuscivo a muovere le palpebre, ad aprirle, a parlare e perfino non riuscivo a respirare. Immobile. Distrutto. In silenzio.
Gelavo. Mi fischiavano le orecchie. Sentivo le labbra gonfie.
Eppure, c’ero!
Dove però? Su una barella, trascinata da medici, infermieri e soccorritori. Una terribile botta. L’avevo presa male. Ero quindi in ospedale, con gente azzurra, bianca e verde che cercava di rianimami, flebo, ossigeno, e chi più ne ha più ne metta.
Dopo una corsa, in una di quelle “red room” dove la morte è di casa, il medico mi passò una piccola torcia sulle pupille. Erano immobili. Sentivo freddo.
Ero morto.
Eppure, c’ero!
Ma come?
Così mi alzai.
Mi guardai nello specchio che c’era nella stanza vicino ad un lavello.
Presi paura: quello che osservai non lo vedevo tutti i giorni.
Ero diventato un fantasma.
Proprio come te lo immagini nel più classico dei cartoni animati: un lenzuolo bianco copriva il mio corpo e avevo il volto mascherato di bianco con grandi occhiaie nere proprio come nei film tipo Ghost-buster o Casper. Ero un fantasma a tutti gli effetti. Terribile vero?
Non persi però tempo.
Presi la rincorsa. Volevo attraversare il muro. Davo per scontato che i fantasmi attraversano i solidi, le porte e le pareti. Corsi contro una porta chiusa. E fu un disastro. Rimbalzai, caddi a terra e mi feci pure male. Ma come facevo a farmi male se ero morto? Non lo sapevo. Ci riprovai. Non mollavo. La situazione si ripeté nello stesso modo. Eppure, questa morte mi stava antipatica: sì c’era qualcosa dopo la vita ma che noia, ma non era cambiato nulla. Se non un lenzuolo bianco al posto dei vestiti.
Bene. È ora di esplorare il mondo dei fantasmi.
Voglio vedere le robe da fantasma.
Voglio vivere le robe da fantasma.
Scesi le scale dell’ospedale e mi ritrovai in strada.
Era notte e faceva freddo.
Esattamente all’ingresso dell’ospedale.
Trovai quindi un monopattino e ripresi a correre. A “navigare”. A fluttuare.
Era come se nelle mie orecchie suonasse della musica. Da discoteca. A tutto volume. Ero gasato e felice.
In giro per la città. La mia bellissima città.
Che di notte è ancora più bella.
Arrivai in un punto strano: c’erano altri quattro fantasmi. Le loro tele però erano ingiallite. E avevano un volto cattivo, brandivano delle mazze e il mio saluto allegro non fu per nulla apprezzato.
Mi corsero incontro arrabbiati e aggressivi. Scappai da queste terribili figure.
Avevo il fiatone, come nella vita vera.
Ma dove arrivai? Da un tatuatore. Quando ero vivo avevo un bellissimo tatuaggio, simbolo di un videogioco, sul collo. Ne volevo uno a tutti i costi. Non so perché, anche se ero morto lo volevo e me lo fece proprio sul lenzuolo all’altezza del collo. Ora ero molto più bello. Ora ero un morto più bello. Con il mio tatuaggio verde era ora di correre per le vie della città.
Non capivo. Erano tutti svegli. Poi capii: era Halloween.
Avevo pure fame.
Incredibile, eh, che anche i fantasmi possano avere fame.
Così corsi in un chiosco: ordinai un panino. Vi era sempre questa musica di sottofondo.
Attesi qualche minuto e un succulento hamburger mi fu servito.
Lo impugnai con il mio camice bianco e lo portai alla bocca.
Ma non entrava.
Il lenzuolo da fantasma non aveva la bocca.
Lo lanciai e mi misi ad urlare di cattiveria tanto che il ristoratore impugnò un tubetto di ketchup e me lo spruzzò addosso.
Orrore.
Ora ero tutto sporco. Le macchie di ketchup macchiavano il mio bellissimo telo bianco. Così corsi in lavanderia, entrai in una grossa lavatrice e fu dato l’avvio.
Giravo, giravo, e mi pulivo. La musica suonava ancora nelle mie orecchie.
Ma mi sentivo finalmente pulito. Bianchissimo. Uscii asciutto e profumato e corsi di nuovo in giro per la città.
Un omino vestito da elfo mi fece segno di seguirlo.
Non avevo nulla da fare, o forse non avevo scelta, ma l’idea fu grandiosa.
Lo seguii e arrivammo in discoteca.
Tutti erano vestiti da fantasmi, lupi mannari, vampiri, mostri o zombie.
Halloween anche nella vita vera era la mia festa preferita.
La musica da discoteca suonava a tutto volume, era proprio la stessa che mi risuonava nelle orecchie, e io mi misi a ballare. Ballavo e ballavo. Quando una luce mi illuminò gli occhi. Si muoveva da destra a sinistra e da sinistra a destra ed era sempre più forte.
E la musica sempre più debole.
La luce mi illuminò gli occhi e io li chiusi.
Poi li riaprii.
Ed ero ancora lì.
In quella “red room” dell’ospedale circondato da medici e da infermieri.
Il mio tatuaggio sul collo più luminescente che mai.
Ero pallido. Bianco come un lenzuolo.
In lontananza si sentiva una musica da discoteca.
Era stato un sogno o la realtà?
Non lo sapremo mai.
Era stata una roba da fantasmi…