progetto "In itinere"

La storia di Aldrovandi e l'orrore perbene raccontati ai giovani (nel libro) da Michele Dalai

Asia Rossi

Cinquantaquattro. Non è un numero astratto, non è una statistica. Cinquantaquattro colpi sono il tempo spezzato di una vita, la misura esatta di ciò che è stato tolto. Cinquantaquattro colpi che non hanno permesso a Federico di scegliere cosa diventare da grande.
È da qui che alla libreria Feltrinelli, ha preso avvio l’incontro dedicato ad «Aldro. Storia di un orrore perbene», il libro di Michele Dalai, liberamente ispirato alla vicenda di Federico Aldrovandi.
Federico aveva diciotto anni. Una famiglia, una casa, una normalità fragile e preziosa. Stava tornando a casa. Non è mai arrivato. La sua morte, avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005 durante un fermo di polizia, è diventata negli anni un simbolo civile, una ferita aperta nel dibattito pubblico italiano sul rapporto tra forza, diritto e democrazia.

L’incontro di ieri, promosso dall’università di Parma in collaborazione con la libreria Feltrinelli, si inserisce nel «progetto In itinere», ideato dall’imprenditore Michele Pizzarotti: un percorso rivolto in particolare ai giovani delle scuole e delle università, «pensato come uno spazio di crescita personale e di cittadinanza attiva». Dalai ha scelto di raccontare Federico partendo da ciò che spesso viene dimenticato: la sua umanità. «Federico è uno che non ha potuto scegliere cosa fare da grande per motivi oscuri», ha detto. Una storia conosciuta «davvero da pochi», resa visibile dal coraggio della madre, «perché non esiste gesto più forte». Il libro nasce come un atto civile, un tentativo di restituire senso a «un’ora sospesa», a ciò che avrebbe potuto accadere e non è stato visto, detto, fermato. Una narrazione che scava nella disumanizzazione dell’altro, nella normalizzazione della violenza, nella catena di scelte che trasformano una persona in un bersaglio.
Accanto alla voce dell’autore, nel dialogo moderato dalla giornalista Chiara Cacciani, il contributo dei relatori ha ampliato lo sguardo. Fabio Cassibba, docente di diritto processuale penale e diritto penitenziario, ha ricordato come casi analoghi continuino a emergere anche dopo la vicenda Aldrovandi: «Prima ancora delle norme serve una formazione culturale profonda. La proibizione della tortura è assoluta, anche quando è in gioco la sicurezza. Il problema è culturale prima che giuridico».
Uno sguardo sociologico è arrivato da Vincenza Pellegrino, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, che ha parlato di dinamiche che si ripetono: «La violenza non è mai un fatto isolato. È il prodotto di un sistema che normalizza l’eccezione e che fatica a riconoscere l’umanità dell’altro». Sul delicato equilibrio tra libertà e autorità si è soffermata Veronica Valenti, garante dei diritti delle persone private della libertà personale: «Il bilanciamento tra sicurezza e tutela è complesso, ma da qui passa la tenuta dello Stato di diritto». Un tema che, ha sottolineato, resta «drammaticamente attuale». Sono proprio momenti come questo che rendono possibile una memoria che non sia solo commemorazione. A ribadirlo è stato Michele Pizzarotti, che ha spiegato il senso di «In itinere»: «La democrazia non è mai qualcosa di scontato e, proprio per questo, la sua salvaguardia richiede anticorpi forti e stabili». Resta allora un’immagine, più di tutte. La foto di Federico: un ragazzo che stava tornando a casa. E che non ci è mai arrivato. Resta la domanda che continua a interrogarci: quali «anticorpi» siamo disposti a costruire perché nessun altro, domani, venga fermato prima ancora di poter diventare grande.