Le arbitre parmigiane: «Il nostro segreto? In campo ci tappiamo le orecchie»
Cade un altro tabù nel mondo del calcio: la francese Stéphanie Frappart è, infatti, stata la prima donna arbitro designata per dirigere un match di Champions League, quello giocato mercoledì e vinto per 3-0 dalla Juventus sulla Dinamo Kiev.
È diventata così un esempio e un punto di riferimento per tante ragazze che cercano di farsi largo in mezzo ai soliti pregiudizi e luoghi comuni. Al 30 giugno, tra i 30537 associati all’Aia, le donne erano 1724: 1516 arbitro di calcio a 11, 21 di calcio a 5, una nel beach soccer, tredici assistenti e 158 osservatori arbitrali.
A Parma le arbitro donne sono attualmente sei. Tre in attività sui campi: l’arbitro di calcio a 5 Valentina Zavanelli, l’assistente del Comitato Regionale Sara Canale, e l’arbitro sezionale Vania Cordenons, ex di beach soccer a livello nazionale. Tre sono osservatori: Tiziana Tedaldi, Erica Calici e Federica Chioccioni.
«È nata quasi per gioco, mi sono voluta mettere in discussione e non credevo potesse diventare una vera e propria passione. Non posso fare a meno dell’adrenalina che ti dà il campo, le fasi che vanno dalla preparazione delle gare al fischio d’inizio sono ormai una piacevole routine».
Inserita nella Can 5, è arrivata in serie A femminile e in serie B maschile ma, specialmente in principio, non è stato facile.
«Quando arbitravo sui campi della provincia era un disastro, risultava difficile non ascoltare quello che gli spettatori urlavano dagli spalti poi con l’esperienza certe cose ti scivolano addosso. I giocatori? A loro, che tu sia uomo o donna, interessa poco, pensano solo a vincere».
E si sente di dare un consiglio alle giovani che tentano di intraprendere questa strada. «All’inizio è complicato per tutti, bisogna portare pazienza e fare la gavetta tappandosi le orecchie. Ma il senso di adrenalina e di autorevolezza che si respira in un campo da calcio è unico e ineguagliabile. Conta molto la personalità, i giocatori ti scrutano già dall’appello e non devi mostrare alcun segno di debolezza. Il sogno? Mi aspetto di vedere presto qualche collega donna in Can A».
Vania Cordenons, friulana di Pordenone, è all’interno dell’Aia dal 1996 e per cinque anni ha diretto gare nazionali di beach soccer.
«Un’avventura bellissima, in Friuli facevo calcio a 11 fino all’Eccellenza ma il mondo dell’Aia ti può aprire altre porte. Nel beach soccer eravamo in totale una quarantina, ci sentivamo una grande famiglia: ho girato l’Italia e scoperto spiagge fantastiche».
Ora è tornata in Seconda Categoria prima di fermarsi per la nascita della figlia avuta dal marito Giuseppe Bisquadro, anche lui arbitro.
«Per me - continua Vania - l’arbitraggio è un’esperienza formativa a 360 gradi che consente di rapportarsi con coetanei e gente più grande. Il movimento femminile si sta sviluppando tantissimo, fino a non molto tempo fa apparivamo come delle mosche bianche mentre ora abbiamo raggiunto quote importanti».
E tra lavoro e famiglia lo spazio per il pallone si trova sempre. «Si pianifica la vita privata, in casa ci dividiamo i compiti. Con mio marito vediamo e commentiamo le partite, prima di essere arbitri siamo amanti del calcio».