Editoriale

L'eccezionalità americana e il ruolo dell'immigrazione

Un argomento ricorrente sui giornali è «il declino degli Stati Uniti». L’Economist ha messo insieme un po' di dati, e forse non dovremmo essere così affrettati nei nostri giudizi. Una volta ben compresi i numeri, possiamo concludere che l’America è tuttora l’economia più ricca del mondo, la più produttiva e la più innovativa. Dovremmo essere più prudenti prima di esprimere sentenze definitive.
Nel 1990 l’America ai tassi di cambio correnti rappresentava un quarto dell’economia mondiale; oggi la quota è la stessa, nel frattempo la quota della Cina è cresciuta. Del G7 nel ’90 la quota Usa era del 40%, oggi è del 58%. I redditi medi sono aumentati più velocemente (esclusi i cosiddetti per-stati); a parità dei poteri d’acquisto, il reddito medio dello stato americano più povero, il Mississippi, con oltre 50 mila dollari, è più alto di quello della Francia.

Le ragioni di questa crescita sono presto dette. Dal 1990 il numero di lavoratori in America è cresciuto di un terzo (rispetto ad un decimo di Europa e Giappone). Con una quota di laureati e con dottorato maggiore del passato. Le ore lavorate sono più alte in America (rispetto ad Europa e Giappone), e sono molto più produttivi. Le imprese americane posseggono più di un quinto dei brevetti registrati, più di Germania e Cina messe assieme. Le prime 5 più grandi imprese innovative sono americane e l’anno scorso hanno speso in ricerca e sviluppo 200 mld di dollari.
Chi nel 1990 avesse investito 100 dollari nella Borsa americana (l’S&P 500), oggi se ne ritroverebbe 2000; 4 volte di più di un investimento alternativo in un’altra qualsiasi borsa di un paese avanzato.
Anche la rete sociale - il punto più debole del welfare americano - è stata rafforzata. I crediti fiscali per lavoratori e bambini sono aumentati. La protezione medica - con Obama - è stata estesa. I redditi reali del quinto più povero degli americani sono aumentati del 74% rispetto al 1990.
Paul Krugman, Nobel per l’Economia, editorialista del New York Times, non ha mancato di avanzare critiche nei confronti di questa rappresentazione ottimistica del sogno americano. In particolare, con riguardo alla qualità della società americana, con la più ingenua delle domande: ma davvero se oggi viaggiate in Europa trovate una qualità della vita più bassa di 10 o 20 anni rispetto all’America?
La differenza più significativa tra le due società è la dimensione demografica. La popolazione americana in età di lavoro, tra i 15 e 64 anni, è crescita molto di più. Quindi la differenza pro-capite non è così elevata; non solo, ma i francesi (ad esempio) fanno molte più vacanze, e questa differenza nella qualità della vita non dovrebbe essere trascurata. In estrema sintesi -si dice- l’aumento di PIL americano non si è tradotto in aumento della qualità della vita (un fattore di poca importanza). Nello specifico, due sono gli indicatori riportati. L’aspettativa di vita di un americano è da sempre più bassa rispetta a quella degli altri paesi avanzati, ma è peggiorata nell’ultimo quinquennio (per effetto della crisi degli oppioidi e del Covid). Secondo, le diseguaglianze nei redditi sono aumentati in tutti i paesi avanzati, ma negli Stati Uniti queste diseguaglianze riferite all’1 percento della popolazione sono letteralmente sono esplose. Krugman conclude: in America siamo ricchi, ma viviamo peggio.
Ma c’è un fattore -tra gli altri- che è stato determinante nel balzo in avanti nella crescita degli Stati Uniti, e questa è stata l’immigrazione. Negli ultimi 2 anni e mezzo, l’immigrazione ha immesso nel mercato del lavoro americano 4 milioni di nuovi lavoratori, riportando l’età media al periodo pre-Covid. Questi nuovi lavoratori sono entrati prevalentemente nel settore dei servizi, raffreddando il surriscaldamento del mercato, e contribuendo all’abbassamento dell’inflazione.
Tra il 1995 ed il 2014 metà dell’aumento della popolazione lavorativa è dovuta all’immigrazione, prima dell’arrivo di Trump che ha firmato 472 ordini esecutivi per il blocco dell’immigrazione. In questo periodo il numero di nuovi residenti permanenti è calato del 13 percento, e quello dei visti per gli studenti del 23. Questo ha aumentato il numero di posti di lavoro vacanti (non coperti) del 5,5 percento. Con la nuova amministrazione Biden la situazione si è ribaltata, nel 2022 900.000 immigranti diventati cittadini americani. La situazione è tornata al periodo pre-Trump, con alcuni vantaggi importanti per l’economia americana: contenimento dell’inflazione, mobilità della nuova forza di lavoro (che era calata dopo la crisi dei subprime), ma soprattutto un flusso di nuova imprenditoria. Gli immigrati rappresentano il 13,6 percento della popolazione americana, ma contribuiscono ad un quarto delle nuove imprese. Secondo Fortune 500, il 43,8 percento delle imprese è stata creata da immigranti (o dai loro figli).
Numeri che dovrebbero far riflettere tanti sentimenti anti-immigrazione.