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Con 670mila ettari di vigneto, 530mila imprese, una produzione 2025 stimata a 44,4 milioni di ettolitri e 14 miliardi di fatturato (al netto dell’indotto), il vino italiano resta tra i comparti più performanti del made in Italy, con una bilancia commerciale attiva di 7,2 miliardi l’anno (Osservatorio Uiv‑Vinitaly).
Ma sulle giornate di Vinitaly 2026 pesano le tensioni internazionali: a OperaWine i top producer chiedono certezze per la stagione turistica.
Il presidente del Consorzio Brunello, Giacomo Bartolommei, lancia l’Sos enoturismo anche per il rischio carenza di jet fuel: a Montalcino, metà degli arrivi è nordamericana.
“Il vino è una risorsa che difendiamo e valorizziamo” dice il ministro Lollobrigida; per Urso bisogna “resistere e varcare nuove frontiere”; per Mazzi il vino è cultura dei territori da sostenere.
Un calice su cinque nel mondo è italiano: nella media 2021‑2025 l’Italia guida con il 19% della produzione globale, davanti a Francia (17%) e Spagna (13%) (Coldiretti/Divulga).
La 58ª edizione di Vinitaly (12‑15 aprile, Veronafiere) mette in rete quasi 4mila aziende con oltre 1.000 top buyer selezionati da Veronafiere e Ice, spingendo su enoturismo (Vinitaly Tourism) e nuove tendenze, dagli spirits ai No‑low.
Per il presidente Ice Matteo Zoppas, resta cruciale il consolidamento negli Usa: gennaio 2026 segna ‑35% su gennaio 2025 (che cresceva del 19% su gennaio 2024), ma la posizione italiana è solida. Vinitaly Usa si sposta da Chicago a New York; si puntano nuove rotte con India e Australia, si monitora il Canada, con 61 iniziative in 24 mercati prioritari nel 2026.
Per Albiera Antinori, i vini italiani hanno spazio nel mondo: il riconoscimento Unesco alla cucina italiana è un volano, gli Usa restano il primo mercato ma occorre diversificare.
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