Cinque stelle e Lega fra buttafuori e buttadentro
C'è un curioso parallelismo che caratterizza il governo Draghi. Le due forze politiche che formarono nel 2018-'19 la maggioranza gialloverde e che oggi si ritrovano insieme (ma con Pd, Forza Italia, centristi e la sinistra di Articolo uno), cioè il M5s e la Lega, sembrano perseguire una tattica “di lotta e di governo”. Questa politica prevede che ognuno di questi due partiti abbia un “buttafuori”, cioè un leader che cerca il consenso facendo un po' di opposizione o alzando i toni (è capitato a Conte sulla giustizia e a Salvini sul green pass, in entrambi i casi con risultati modesti) e un “buttadentro”, cioè un personaggio di primo piano (Di Maio e Giorgetti) che rappresenta l'ala governista e tenta ogni giorno di rafforzare Draghi e sostenere un approccio “riformista” e gradualista, senza strappi e senza cedimenti alle piazze o alle tentazioni estremiste.
Su vaccinazioni e green pass Fratelli d'Italia ha sposato la linea più radicale, quella delle piazze; la Lega può inseguire su questo terreno, ma senza uscire dal recinto della maggioranza Draghi. La Lega, che nel 2018 era al 17%, ma alle europee era al 34%, è oggi ridiscesa al 20% dei voti (nei sondaggi), al secondo posto dietro FdI.
La Meloni veleggia, anche grazie all'apporto della minoranza scettica o contraria a vaccini e green pass, mentre Salvini annaspa, cercando di rilanciare sull'immigrazione e provando ad intestarsi ogni piccola concessione che gli fa il governo (il capo del Carroccio ha voluto dare l'impressione di aver quasi vinto, sulla questione del green pass).
La realtà è che nell’esecutivo la linea che prevale sempre - con qualche opportuna mediazione - è solo quella di Draghi: pentastellati e leghisti, ormai, l'hanno capito e sperimentato a proprie spese. Qualcuno dice che Draghi riceve un aiuto non di poco conto dai due “buttadentro”, cioè da Di Maio e Giorgetti, che vengono etichettati dai detrattori come “governisti ad ogni costo”, ma che, in realtà, hanno compreso che in questa fase politica l'unica cosa intelligente e costruttiva da fare è confrontarsi sui temi senza pregiudizi e bandierine di partito, provando a trovare sintesi che vadano bene per il Paese. Poi, certo, ci sono anche posizioni politiche non tanto in linea con i “buttafuori”: Di Maio teme che Conte acquisisca troppo potere nel rinato M5s e che il desiderio dell'ex premier di guadagnare voti passi per l'uscita dalla maggioranza o per una tattica più di lotta che di governo; Giorgetti - che vorrebbe traghettare la Lega verso l'approdo nel Partito popolare europeo insieme a Forza Italia per darle un profilo più spendibile nel 2023, quando si voterà e verosimilmente la destra andrà al governo e dovrà confrontarsi con l'Ue su temi delicati - è molto spesso più vicino alle posizioni di Draghi che a quelle del suo leader.
Ci si può domandare fino a che punto questa bipolarità fra “buttafuori” e “buttadentro” rispecchi una reale contrapposizione che spacca M5s e Lega. Nel caso del partito di Salvini ci sono differenze di opinione - per esempio i presidenti di regione sono di solito più moderati e vicini alla linea Giorgetti - ma tutti sanno che è stato il capo del partito a portarlo alle europee al 34% e che senza di lui il Carroccio arriverebbe sì e no al 10-12%; in sintesi, non c'è un gioco delle parti, ma un'azione su più fronti.
Diversa la situazione nel M5s, dove invece la spaccatura c'è ma non è personale: Di Maio non vuole il posto di Conte, ma il movimento ha trovato una sintesi nel nuovo statuto più per necessità che per altro. Fra le idealità degli anni d'oro e il pragmatismo dell'ultimo biennio c'è un abisso: nei gruppi parlamentari questa differenza si avverte e provoca sofferenze (per esempio sulla riforma della giustizia). Alla fine, però, anche nei Cinque stelle ha la meglio l'esigenza di non strappare: “buttafuori” e “buttadentro” restano comunque insieme per cercare di ricucire una tela - quella pentastellata - lacerata da mesi di contrapposizioni.
Nel frattempo, il governo procede, con Draghi sempre più saldo al comando.