Il destino del Governo si deciderà a Bologna
È ben strano il palcoscenico politico italiano: i due protagonisti (solo di essi ci occuperemo oggi) alla ribalta sanno già che nei camerini un altro prim’attore si sta preparando per togliere loro ruolo e rilevanza. Eppure, debbono continuare la recita, stanca e scontata.
Più o meno questa è la situazione del governo della Repubblica tre giorni dopo le elezioni regionali umbre (una consultazione marginale se non fosse stata celebrata a due mesi dalla costituzione del governo e della nuova, impensabile sino a poco prima, alleanza tra grillini e Pd, e se non si fosse trattato di una regione a guida di sinistra sin dal 1970, anno in cui si aprirono per la prima volta i seggi nelle regioni a statuto ordinario), mentre la navigazione -stentata e, comunque, messa in pericolo da numerosi scogli- della legge di bilancio prosegue con lentezza esasperante, con decisioni poco gradite, in attesa delle decisive consultazioni emiliano-romagnole (26 gennaio 2020). Correttamente, Stefano Pileri ieri poneva l’accento su quest’appuntamento, vero spartiacque tra un prima e un dopo, i cui connotati sono tutti da definire.
Oggi, a finanziaria in corso (e con un continuo stillicidio di notizie inquietanti sulle nuove tasse progettate o immaginate da un ministro dell’economia decisamente contrario a spiegare pubblicamente le scelte del governo e le necessità di finanza pubblica), con il precipizio di fronte al quale stanno i 5Stelle -soprattutto i 5Stelle che viaggiano verso -20/25% dei voti del 2018-, e davanti alle difficoltà del Pd e del suo gruppo dirigente, incerti sul futuro e sulla linea politica e organizzativa con la quale affrontarlo, non avrebbe senso parlare di chiusura dell’esperienza di governo in corso e, quindi, di elezioni anticipate. Tuttavia, se com’è possibile, l’Emilia-Romagna, a gennaio, confermerà il trend attuale, potrà diventare utile per il Pd chiudere il rubinetto del governo e cimentarsi in elezioni che lo vedrebbero sconfitto sì, ma forse, ricompattato, alla sola pesante condizione di individuare un coerente disegno riformista e credibili interpreti.
Ancora una volta poche settimane per capire i cambiamenti prossimi venturi.
Un’alternativa ci sarebbe: quella di lasciare il timone nelle mani di Draghi, alla testa di un governo del presidente. Il che, oggi, appare poco probabile, per la propensione negativa dell’interessato e per il permanente, inossidabile rispetto del dettato costituzionale espresso in ogni circostanza da Sergio Mattarella.
Nessun timore, però: vittoria e sconfitta elettorali -determinate dal voto libero e responsabile- attengono alla fisiologia democratica alla quale non vogliamo sottrarci (o no?).