EDITORIALE
La patria della Meloni e l'errore di alzare mura
La presidenza Draghi ha avuto due effetti opposti sulla politica italiana. La prima è che i partiti si sono sentiti spiazzati dal buon governo di Draghi, e ben sentono il rischio di una loro progressiva emarginazione fino ad assumere una sorta di presenza-ombra.
Il secondo, al contrario, proprio in reazione al rischio di scomparsa appena evidenziato, ha indotto ad una profonda autocritica al proprio interno, all’insegna del motto: «Cambiare per non morire». Ogni leader di partito ci ha messo del suo. Renzi aveva rotto il ghiaccio, con un distacco formale dal Pd, Calenda continua a riaffermare la propria autonomia; Letta, vista la progressiva dispersione dei 5Stelle (almeno come entità politica organizzata), ha lanciato un messaggio di possibili alleanze a «campo largo», a partire da quella per l’elezione del Presidente della Repubblica.
Sull’onda del cambiamento in atto per la pandemia di Covid ed il governo Draghi, ciascun partito (Lega esclusa, per ora) ha accelerato un’autocritica interna.
La Meloni ha scelto la rottura con il passato del partito (in congiunzione ideale con la svolta di Fiuggi di Fini), la ridefinizione di Fratelli d’Italia come partito conservatore, in analogia con quello inglese (il partito europeo più antico) e repubblicano negli Stati Uniti. Questo cambiamento di linea, oggettivamente di rispettabile buonsenso, è stato apprezzato da tutti i partiti (almeno a parole), perché consente l’invocato «campo largo». Magari non per alleanze di lungo periodo, ma per convergenze nella soluzione di problemi specifici.
Ma l’entusiasmo per la svolta della Meloni andrebbe puntualmente ponderata, perché incorpora un progetto dell’Europa, sostanzialmente diverso rispetto a quello che la cultura politica italiana ha da sempre immaginato fin dalle origini.
La «nostra Europa» è un’Europa politicamente federata, di «unione nella diversità». Siamo stati educati al massimo rispetto della «patria», ma intesa come entità culturale da preservare, non come confini da ribadire. La nostra identità ci unisce perché si proietta nell’identità comune europea, un sogno che, tra alti e bassi, si protrae da mille anni. Quando alziamo un muro, il nostro pensiero è (con Italo Calvino) quello di sapere «cosa lasciamo fuori», prim’ancora di preoccuparci di proteggere quelli che sono dentro. D’altronde cosa pensiamo dei nostri ragazzi Millenium che corrono ad iscriversi ad Intercultura o ad Erasmus? (con borse di studio enormemente minori inferiori al numero delle richieste). Questi ragazzi sono dei patrioti? E potremmo proseguire con tanti altri esempi di fame d’internazionalizzazione, piuttosto che rinchiudersi nella propria «comfort zone».
Il problema è che l’essere patrioti, salvaguardare la famiglia, difendere i nostri interessi, sono concetti di grande ambiguità, se applicati alla complessità della vita di oggi. Certe parole sono utili magari per raccogliere qualche voto in più, ma senza una chiara interpretazione, sono soltanto rumorosi slogan verbali.
Un’Europa confederata, come auspicata da Giorgia Meloni, è molto diversa: è fatta di confini che separano, di governi nazionali che contrattano nella presunzione di rappresentare un proprio popolo (che vota per il 50%), concentrati su mediazioni commerciali da posizioni contrapposte, con una sottile preferenza per l’autarchia. Un condominio piuttosto che una casa comune; una conflittualità continua (magari a bassa intensità per non rompere) su problemi spiccioli, piuttosto che cooperazione per conseguire obiettivi ambiziosi.
Gli obiettivi dell’Europa sono da un lato la leadership culturale globale che non teme di dialogare alla pari con la Cina, dall’altro una prosperità condivisa e soprattutto inclusiva.