Le distanze fra Draghi e il duo Conte-Salvini
La visita di Mario Draghi a Washington ha seguito un copione collaudato in 73 anni di alleanza politica e militare. Il premier ha riaffermato la posizione internazionale dell’Italia (lealtà alla Nato, all’Unione europea e amicizia per gli Usa) nel segno della continuità dell’impegno -diretto e indiretto- a supporto dello sforzo bellico e civile ucraino.
Entrambi hanno constatato che Putin non ha, con l’aggressione, diviso l’Occidente, ma l’ha anzi rafforzato. Il che non è affatto vero per l’Italia, alle prese con una forte fazione putiniana.
Certo, la parola «pace» è stata pronunciata sia da Draghi che da Biden, ma il suo significato è ben diverso da quello immaginato da Salvini e Conte.
Ora, se Draghi ha pronunciato la parola «tregua» (cogliendo così gli appelli del Papa e di parte del mondo politico nazionale), ben sapendo che essa non dipende da Biden ma da Putin, lo ha fatto pensando a Roma e alle illusioni che vi sono coltivate.
Per il resto, la guerra asimmetrica scatenata da Putin ha assunto una fisionomia ben diversa. L’incapacità-impossibilità di vincere sul campo di battaglia (nemmeno lo sparuto gruppo di soldati che presidia i resti dell’acciaieria Azovstal di Mariupol è stato ancora stanato) ha spinto il Cremlino a puntare su bombardamenti terrostici volti a colpire la popolazione civile. L’idea di piegare così gli ucraini non tiene conto della reazione che i bombardamenti hanno provocato nella Seconda guerra mondiale e che provocano oggi: il rafforzamento della volontà di resistere di coloro che ne restano illesi.
Di queste ore è la notizia che il despota bielorusso Aljaksandr Lukašėnka si prepara ad attaccare, a sua volta, l’Ucraina. Un brutto segnale per chi, come noi, teme l’allargamento del conflitto: anche se vi sono forti dubbi sulle capacità belliche delle sue armate e molti segnali sull’insofferenza del suo popolo nei confronti della sua dittatura. Speranze della cui consistenza è lecito dubitare.
Toccherà a Mario Draghi, al ritorno nella capitale, affrontare la maggioranza della coalizione di governo che è contraria alla fermezza. Ed è sperabile che la commedia degli equivoci cui assistiamo dal 24 febbraio si dissolva prima di trasformarsi in tragedia.
Altre questioni sono state esaminate nel colloquio Biden-Draghi: il petrolio, il gas, il grano. Rispetto a essi, la buona volontà Usa si misurerà in petroliere, in gasiere, in stive piene di cereali. E poi, il problema libico: è inutile nascondercelo, per responsabilità occidentali (guerra a Gheddafi) e italiane (inesistenza di ruolo nel dopo-Gheddafi e mancanza di capacità politica) questa nazione, in pieno caos, non è più il nostro naturale fornitore.
È in mani russe e turche.
Insomma, senza un collasso moscovita, sarà difficile tornare a contare.
www.cacopardo.it