EDITORIALE

Ma Putin non sta vincendo la guerra

Domenico Cacopardo


La Russia sta vincendo la guerra? O quanto meno sta vincendo la fase 2, il cui obiettivo è quello di completare la conquista del Donbass e della fascia costiera verso Odessa?
In Italia (non fa testo) la sensazione è che sì, la Russia sta completando la conquista del Donbass e che, una volta terminata l’occupazione, si aprirebbe il varco necessario a una trattativa per il cessate il fuoco e, magari, per un armistizio con l’Ucraina.
Prima di valutare questa asserzione, dobbiamo riflettere sul complesso di informazioni di cui disponiamo. Dopo una fase iniziale - circa 3 mesi - nei quali l’Unione europea di Ursula von der Layen ha mostrato un’inattesa compattezza nell’adottare una politica di sanzioni e di aiuti militari, nella fase seguente l’unità sembra perduta a favore degli interessi concreti, di bottega. Di limitazione delle importazioni di gas e petrolio dalla Russia nessuno parla più. Le autorità italiane hanno addirittura presentato come un loro successo l’assicurazione di continuità dei rifornimenti di gas e petrolio da parte del Cremlino. C’è un piccolo particolare: la Russia ha un interesse assoluto alla continuità delle sue esportazioni di materie prime, il cui ricavato è essenziale per la provvista di valuta. Questo non significa che la sua economia vada bene. Paul Krugman, l’economista premio Nobel, ha chiarito sul New York Times che il problema economico e sociale della Russia è rappresentato dal crollo delle importazioni: 45% in meno dai Paesi occidentali che sostengono l’Ucraina, 34% dagli altri, Cina compresa. Ciò significa che, continuando il regime di sanzioni, in breve tempo i russi dovranno fare i conti con la penuria o l’assenza di beni di consumo, problema che aprirà serie falle nel sistema di consenso del regime nelle città.

Detto questo, è chiaro che in questi ultimi tempi in Europa ci siano posizioni diversificate. Senza contare l’Ungheria, il cui regime è simil-putiniano, si distinguono i Paesi dell’arco di vicinanza alla Russia, tutti determinati a sostenere l’Ucraina, avamposto delle loro difese, e gli altri, più propensi alla politica anestetica da tempo adottata. Segnatamente Germania e Italia sembrano orientati verso una politica soft, contando su una presunta e non dimostrata disponibilità di Putin a una trattativa.
Sul fronte del sostegno senza sì e senza ma rimangono gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada. L’obiettivo che queste nazioni si sono date è quello di conseguire una sconfitta strategica della Russia. Cioè, la sconfitta del disegno neoimperialista teorizzato e attuato da Putin e della sua idea di lotta del regno del bene (il suo) contro il regno del male, l’Occidente.
Questa posizione va coniugata con le intenzioni politiche della repubblica Ucraina, che non prevedono alcun cedimento alle pretese russe e, addirittura, propugnano il ritiro delle truppe nemiche dalle zone occupate nel 2014 e, ora, nel 2022.
Per rendere un’idea della labilità dei giudizi sulla situazione militare del Donbass, riferisco l’ultima valutazione dell’Institute for the studies of War di Londra: «Quando la battaglia di Severodonetsk finirà, indipendentemente da quale parte la occupi, l’offensiva russa … avrà raggiunto il culmine, dando all’Ucraina la possibilità di riavviare la sua controffensiva …»
E il New York Times di ieri: «L’attacco (ucraino) alla regione di Kherson … ha sfondato la linea di difesa russa … ha spinto le forze russe in un terreno più sfavorevole …»
Sempre il NYT riferisce che sarebbero in linea i missili antinave Harpoon, inviati dalla Danimarca (e in arrivo dagli Usa) che avrebbero già contribuito alla difesa di Odessa. Starebbero per diventare operativi i sistemi americani di lancio multiplo guidato a lungo raggio che cambierebbero completamente i rapporti di forza delle artiglierie impegnate nell’Est.
Questo solo per rilevare che la sensazione di vittoria russa non è confermata né ventilata nei rapporti delle intelligence occidentali e che, anzi, emergerebbe il convincimento di una guerra ancora lunga e dall’esito aperto.
Un’ultima questione va segnalata: se è evidente una divaricazione tra gli atteggiamenti dei paesi europei dell’arco di confine con la Russia insieme a Usa, Uk, Canada e quelli degli altri paesi europei più propensi a cercare la via d’uscita di un accordo con la Russia, risulta difficile immaginare una reale rottura del fronte occidentale.
Né Parigi né Berlino potranno mai rompere in modo evidente la cosiddetta solidarietà occidentale. La decisione sul futuro è, perciò e inevitabilmente, nelle mani degli ucraini e di chi li sostiene con fermezza. Gli altri non hanno alcuna concreta possibilità di influire sull’evoluzione del conflitto, giacché l’unico modo per farlo sarebbe imporre a Kiev la resa.
La questione del grano bloccato in Ucraina è una questione umanitaria: se Putin aderisce a una soluzione fa un favore a se stesso e al suo paese e alle loro immagini.
Comunque, non c’è alcun segno reale di una disponibilità di Putin salvo il fatto che qualcuno in Europa non issi la bandiera bianca. Egli ritiene di essere vicino alla distruzione totale di ogni edificio esistente nel Donbass, al completamento del genocidio e a una vittoria. Non può fermarsi.
È questo il momento che Macron e Scholz hanno scelto per un ultimo passo che s’è concluso nel ridicolo: Putin può consentire allo sblocco del grano a condizione che siano revocate le sanzioni.
Nemmeno Chamberlain e Daladier nel 1938 erano giunti a tanto.
www.cacopardo.it