EDITORIALE

La crisi viene da lontano

Molte crisi di governo nascono per eventi improvvisi (come la scoperta delle liste P2 nel 1981, che fu fatale a Forlani, costretto a lasciare il posto a Spadolini), ma parecchie vengono da lontano, maturano e trovano il proprio sbocco finale quando si presenta il "casus belli" adatto. Questo è il caso, se vogliamo, di tutti i governi dell'attuale legislatura: il Papeete di Salvini, nel 2019, giunge dopo il successo leghista alle europee e la difficoltà di conciliare anime e progetti diversi; la fine del governo giallorosso era nell'aria già all'inizio del 2020 (secondo alcuni, Renzi era pronto allo strappo, proprio per far posto a Draghi o ad una personalità consimile) ma fu rinviata di un anno a causa della pandemia. Nel caso attuale, il governo Draghi comincia a indebolirsi quando si aprono le urne per le votazioni dei Grandi elettori chiamati ad eleggere il successore di Mattarella, a inizio 2022. Ricordiamo che Conte non aveva affatto digerito la sua "detronizzazione" (alla prima, nel 2019, aveva reagito con un veemente discorso d'attacco a Salvini, dimostrando di avere, al bisogno, una notevole capacità polemica) e che la decisione finale sull'ingresso del M5s nella grande maggioranza draghiana fu imposta sostanzialmente da Grillo. Il governo Draghi, nel 2021, nacque dunque con qualche malumore sopito a fatica negli ambienti "ultracontiani" ma proseguì il suo percorso perché c'erano sia una larghissima maggioranza nella quale - di fatto - i poteri di veto dei partiti si elidevano a vicenda, non essendo determinanti, sia perché c'erano il Pnrr e la pandemia.

Il momento giusto per affossare Draghi era quello dell'elezione del Capo dello Stato. Su questo si registrò una tacita intesa (che gli interessati smentiranno, ovviamente) fra Conte e Salvini nel non volersi trovare al Quirinale l'ex presidente della Bce. Così, si disse che Draghi era inamovibile da Palazzo Chigi per il suo lavoro indispensabile e prezioso. Tolto dai “papabili” il presidente del Consiglio, bisognava però creare le condizioni per una scelta quirinalizia che cambiasse il quadro e prefigurasse intese un po' diverse da quelle di maggioranza. Ecco perché Conte e Salvini proposero la Belloni (una scelta ineccepibile sul piano personale, ma inopportuna su quello politico e in parte anche su quello istituzionale). A questo gioco, che portava a scardinare l'asse Mattarella-Draghi, se ne contrapponeva un altro, quello di Di Maio e di un pezzo consistente del Pd, che volevano Draghi al Quirinale. Non potendo raggiungere lo scopo, i dimaiani e parte dei democratici (con l'assenso - anche qui tacito - di qualche leghista filodraghiano) cominciarono a votare Mattarella in numero sempre maggiore, in modo da costringere l'asse Conte-Salvini a tenersi il binomio Mattarella-Draghi. Fu Di Maio, insieme ad altri, a bloccare una candidatura Belloni già presentata come certa da Conte. La rielezione di Mattarella fu un "pareggio", nel senso che impedì a Draghi di andare al Quirinale, ma impose a Conte e Salvini la conferma del precedente assetto. Fu allora, però, che Di Maio prese a criticare apertamente l'operato di Conte, creando - più o meno intenzionalmente - le embrionali premesse per ciò che sarebbe avvenuto mesi dopo, con la scissione del M5s.

La guerra fece il resto: da un lato, bloccò per tre mesi ogni possibilità di sommovimento politico; dall'altro, accentuò le differenze fra l'ala "pacifista" del M5s e quella "atlantista" dimaiana. Appena si aprì la finestra temporale per il "casus belli", arrivò provvidenziale la "rivelazione" secondo la quale Grillo avrebbe ricevuto pressioni da Draghi per cacciare Conte dalla leadership del M5s. Quello è stato il momento in cui il governo ha cominciato a morire. Ciò che è avvenuto in quei giorni - la scissione, i nove punti, il termovalorizzatore di Roma, l'astensione in Senato - sono solo elementi di un romanzo già scritto nel quale l'esito era noto ai più. Gli unici a non credere che Draghi si sarebbe davvero dimesso erano i pentastellati, i quali pensavano di poter lucrare il vantaggio di stare con un piede al governo e uno fuori per riprendersi dal crollo dei sondaggi. Il M5s ha fatto di tutto per rompere senza assumersene l'onere: come diceva Leo Longanesi, del resto, "è meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità". Ma Draghi non è stato al gioco.