EDITORIALE
I problemi di Salvini tra Bossi e la Meloni
Nella maggioranza, l'unico partito che sembra andar bene è Fratelli d'Italia. Forza Italia ha qualche difficoltà nel trovare spazi e visibilità, ma il vero punto debole della coalizione, oggi, è la Lega. O, meglio, Salvini.
Sempre attivo sui social network, ha però perso lo smalto del 2019 e i consensi - che dovrebbero essere drenati dall'inossidabile Fratelli d'Italia - stentano ad arrivare. Il 25 settembre scorso la Lega ha avuto circa l'8,8% dei voti (in percentuale, la metà del 2018 e circa un quarto rispetto alle europee del 2019). Praticamente uno di quei risultati che Bossi otteneva nei tempi migliori ma senza presentarsi nelle regioni centrali e meridionali.
Surclassato dalla Meloni persino in Lombardia e Veneto - tradizionali granai leghisti - Salvini ha dunque il problema di «riconquistare il territorio» da tre punti di vista: come consensi politici da spendere sul piano nazionale (a scapito di FdI, appunto); come riconquista della prima zia perduta nelle regioni di tradizionale insediamento identitario; come recupero di quei militanti che si stanno avvicinando al gruppo di Bossi (quello, per intenderci, che preferisce tornare alle origini di "prima il Nord").
Il primo obiettivo (recupero politico nazionale) è bloccato dalla Meloni, che ha un piglio ben diverso sia rispetto al primo Conte, sia rispetto al Di Maio vicepremier del governo gialloverde. In pratica, la presidentessa del Consiglio non fa "toccare palla" a Salvini, lasciandogli uno spazio marginale. In più, su certe battaglie come il tetto al contante a 10.000 euro il capo leghista o ha dovuto far marcia indietro, oppure - sul "no-pos" sotto i 60 euro - sta forse per farla. Non è un buon bilancio, nemmeno sull'immigrazione dove è proprio la Meloni a dettare l'agenda e a scontrarsi con i leader europei.
Sul piano locale, alcuni congressi vinti dai bossiani fanno temere a Salvini che il partito possa diventare - non adesso, ma a breve/medio termine - contendibile, tanto più che il peso di governatori come Zaia e Fedriga conta parecchio e può spostare molto, negli equilibri interni. Infine, c'è il caso Lombardia. Aver ricandidato Fontana può essere stata una carta vincente (come alle politiche, più per le divisioni nel campo avverso che per forza propria), ma la presenza della Moratti rende tutto più complicato.
La mini scissione del gruppo leghista al consiglio regionale lombardo e l'ipotesi che gli ex del Carroccio diano vita ad una lista che possa drenare voti verso la candidata del Terzo Polo può indebolire il centrodestra ma soprattutto colpire la Lega. Si è infine detto che se Salvini perdesse la Lombardia, alle regionali, vedrebbe svanire il suo potere anche nel partito. Ma, dati i rapporti di forza delle politiche, è abbastanza probabile che anche in Consiglio regionale e nell'eventuale Giunta Fontana-bis il peso del Carroccio sia sminuito e sovrastato dalla valanga di voti e seggi a Fratelli d'Italia. Insomma, anche se dovesse confermare il suo governatore, in Lombardia Salvini dipenderebbe da una maggioranza in gran parte meloniana. Col rischio, poi, che in corso d'opera, su certi provvedimenti i voti del Terzo polo possano essere sostitutivi rispetto a quelli leghisti. Certo, Fontana - se rieletto - vigilerebbe, ma con quale poteri reali, se condizionato dalla massiccia presenza di FdI? In sintesi, oggi Salvini può rallegrarsi solo di essere tornato al governo, ma per il resto deve rimpiangere il tempo in cui, nel 2019, dopo le europee, aveva in mano il biglietto vincente della lotteria elettorale e l'ha perso facendo cadere il governo gialloverde.