COMMENTO

Giulia, il clamore della normalità

Siamo dovuti arrivare al femminicidio numero 105 del 2023 perché la questione assumesse i contorni di un dramma collettivo. Lo sdegno, la condanna, il minuto di silenzio nelle scuole. Siamo dovuti arrivare al femminicidio numero 105 del 2023 perché la questione assumesse i contorni di un dramma collettivo. E chissà, a contarle tutte, quante migliaia sono, dal dopo guerra, le donne uccise da uomini incapaci di accettare le regole basilari del rispetto dell’altro. Prendiamo quei giorni che Paola Cortellesi ci sta raccontando in bianco e nero nelle sale cinematografiche come punto di partenza di una questione che è ben più antica della Repubblica ma che una società democratica ed evoluta ha il dovere di risolvere alla radice perché frutto di un deficit culturale.

Ma chiediamoci perché la tragedia di Giulia ha interessato un Paese intero, scalzando il dramma di Gaza dalle prime pagine dei giornali e dei tg. Non ci sono stati altri 104 minuti di silenzio nelle scuole prima di ieri, e il femminicidio numero 106 (a Fano, una donna di 66 anni uccisa dal marito) passerà ahinoi in secondo piano come tanti altri. E allora perché la vicenda di Giulia e Filippo ha innescato un tale clamore mediatico?
Ci sono sicuramente alcuni ingredienti che ne fanno una horror story quasi paradigmatica: due ragazzi molto giovani, due famiglie «per bene», la sparizione di entrambi che ha i contorni di un giallo di cui temevamo di conoscere la fine ma che autorizzava alla speranza; e ancora: la laurea imminente, l’appello dei genitori ai microfoni televisivi, l’avvicinarsi del 25 novembre, la giornata contro la violenza sulle donne, le polemiche di cui la politica è incredibilmente capace anche in simili frangenti. 
Eppure non basta. Ci deve essere qualcos’altro. Ma non balza agli occhi proprio perché non è evidente: è la sua cornice di normalità. Chiariamo: l’odiosa mentalità che nei casi più superficiali cerca sempre un alibi dietro a queste tragedie per voltarsi dall’altra parte sostenendo che «a me non sarebbe successo» e nei casi peggiori maschera invece una mentalità che è proprio all'origine di molti femminicidi, lo stucchevole e inaccettabile «se l’è cercata», questa volta non trova il benché minimo appiglio. Giulia non era una ragazza appariscente, i social media non hanno restituito selfie ammiccanti fotoshoppati né il gossip ha potuto cibarsi di ingredienti torbidi. Il contesto sociale non è degradato, ci sono due ragazzi «normali», le scuole superiori e l’università. Non ci sono malattie né problemi psichiatrici a spiegare la violenza. Intendiamoci: nessun «pretesto» giustifica la minima violenza nei confronti di chiunque, ma in questo caso non c’è nemmeno l’alibi che troppi cercano più o meno consapevolmente. E così stavolta tutti, proprio tutti, hanno dovuto fare i conti con l’orrore di un femminicidio.
Non illudiamoci che l’enfasi mediatica seguita al sacrificio di Giulia indichi un’inversione di tendenza definitiva. In passato abbiamo già vissuto picchi di attenzione clamorosi salvo poi tornare rapidamente nei binari dell’indifferenza. Accadde già mezzo secolo fa con il macello del Circeo e lo stupro di Franca Rame eppure siamo ancora costretti ad usare il pallottoliere per contare gli episodi di violenza nei confronti delle donne. Solo pochi mesi fa Alessandro Impagnatiello ha ucciso la compagna - che peraltro tradiva - ma prima ancora della morte di Giulia (si chiamava così anche la 29enne di Senago) ad aver suscitato l’interesse morboso sono stati la rivelazione del precedente tentato avvelenamento e del fatto che la vittima era incinta. Non è un film, non è una serie tv. E’ quello che accade ogni tre giorni. E che, con l’impegno di tutti, non deve accadere più.