EDITORIALE

Le big tech giganti fuori controllo?

Marco Ziliotti

In un recente articolo sul Corriere della Sera, Federico Fubini evidenzia come nove su dieci dei tycoon più ricchi del pianeta operino nel settore hightech. Sul podio, Elon Musk (Tesla, SpaceX, Starlink, X), Larry Ellison (Oracle), Jeff Bezos (Amazon); unico intruso, il francese Bernard Arnault, campione nel settore del lusso con LVMH. Una tale concentrazione di giganti in un solo settore – le tecnologie di internet ed intelligenza artificiale – rappresenta un unicum nella storia dell’economia. Il confronto con l’epoca dei Robber Barons negli Stati Uniti di fine ‘800 è in tal senso significativo. Infatti, i “baroni ladroni” – così erano pesantemente apostrofati dai media i paperoni del tempo – operavano nei settori più disparati. Basti ricordare le dinastie note ancora oggi: Rockefeller (petrolio); Carnegie (acciaio); Astor (settore immobiliare); Vanderbilt (ferrovie); Morgan (finanza). Non è un caso che il primo organico impianto normativo per la regolamentazione dei monopoli, lo Sherman Antitrust Act, vide la luce proprio negli Stati Uniti nel 1890. Eppure, nonostante nel secolo successivo le norme antitrust siano state adottate quasi universalmente, le megacorporation risultano straordinariamente concentrate Dal punto di vista geografico (paradossalmente, proprio negli Stati Uniti, pionieri delle norme antitrust) e settoriale (IT/AI), quindi con un’inevitabile concentrazione di potere non solo economico, ma pure con evidenti ricadute nell’informazione, nella cultura e nella politica.
Le ragioni di tale singolarità epocale vanno ricercate principalmente in due fenomeni economici specifici, le economie di scala e le esternalità di rete, già noti agli economisti, in quanto presenti anche in industrie tradizionali, ma che nell’hightech assumono ruolo ed intensità mai sperimentate altrove.

Quanto alle economie di scala, cioè a processi produttivi caratterizzati da crescenti vantaggi competitivi (tipicamente, diminuzione dei costi medi di produzione) al crescere della dimensione dell’impresa, basti pensare che tutte le rivoluzioni industriali susseguitesi nella storia sono legate a doppio filo alla combinazione di innovazioni tecniche ed organizzative (specializzazione del lavoro, meccanizzazione, produzione in serie) che hanno fortemente incentivato l’ampliamento dimensionale delle imprese. La peculiarità che rende particolarmente intenso tale fenomeno nel settore hightech (social media, motori di ricerca, piattaforme distributive, AI) è il ruolo cruciale che qui assume la disponibilità di dati. È infatti dalla dimensione dei database utilizzabili che le imprese digitali traggono il carburante per il loro sviluppo. Attraverso l’uso di una piattaforma, gli utenti rilasciano una serie continua di informazioni sulle proprie preferenze, scelte, opinioni. Più grande è la mole di tali informazioni nella disponibilità del gestore della piattaforma, maggiore è la sua capacità di trarne ricavi; vuoi da inserzioni pubblicitarie, attratte non solo dalla numerosità dei contatti, ma anche – soprattutto – dalla personalizzazione dei messaggi, molto più granulare rispetto ai media tradizionali (è questo il caso delle cosiddette attention platforms, di cui fanno parte sia i motori di ricerca che i social networks); ovvero dalle commissioni pagate da compratori e venditori messi in contatto (come nel caso, invece, delle match-maker platforms, quali Amazon, Booking, e-Bay). In tutti questi casi il vero patrimonio, il valore economico di ultima istanza è dato appunto dal volume di dati a disposizione e dalla capacità di estrarne velocemente informazioni utili.

Gli attuali campioni hightech sono arrivati a disporre in modo esclusivo di database giganteschi, tali da rappresentare barriere all’entrata sostanzialmente insormontabili per qualsiasi potenziale concorrente. L’unico modo per competere con questi giganti consolidati è di creare un’innovazione tecnologica dirompente (“disruptive”): quello che sta tentando di fare openAI, col suo sempre più popolare tool d’intelligenza artificiale generativa ChatGPT, in grado di insidiare a Google il primato come strumento di ricerca e risposta rapida (tant’è che Google sta subito tentando di correre ai ripari con Gemini, assistente AI gratuito).
La seconda causa del potere monopolistico dell’hightech è rappresentata dalle esternalità di rete. Il fenomeno caratterizza quei beni/servizi per i quali i consumatori/utenti percepiscono un grado di soddisfazione/utilità che aumenta – anche a prescindere dalla qualità intrinseca – al crescere della dimensione del mercato: più ampia è la diffusione di quel bene/servizio, più esso, a parità di altre condizioni (qualità/prezzo), è apprezzato. Ciò accade tipicamente quando il suo utilizzo presuppone un’interazione – diretta o indiretta – tra i suoi utilizzatori, così che risulta cruciale, nella competizione a prevalere sul mercato di riferimento, la velocità con cui uno dei competitori riesca per primo a conquistare un numero sufficientemente ampio di utenti. Da lì in avanti, tutti utilizzeranno lo standard percepito come vincente.

Anche questo non è un fenomeno nuovo: qualcuno potrà ricordare, infatti, negli anni ottanta del secolo scorso, come, nell’allora nascente mercato delle videocassette, il formato Vhs, grazie ad una più rapida diffusione, riuscì a spazzare via il Betamax, ancorché quest’ultimo risultasse migliore in termini qualità/prezzo. Ebbene, è evidente come le esternalità di rete abbiano giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’attuale struttura fortemente concentrata nei mercati hightech. Basti pensare ai social network: dopo una prima fase di instabilità (chi si ricorda più di MySpace?), i campioni che hanno prevalso (Facebook, X, Instagram, Tik Tok, Linkedin) sono stati i più veloci a diffondersi, ciascuno nella propria specifica forma di comunicazione (brevi frasi; immagini, video; curriculum professionali).

Dunque è la stessa intrinseca natura delle bigtech – economie di scala ed esternalità di rete – a spingere non solo al gigantismo, ma pure al potere di mercato di natura monopolistica. Ma le peculiarità non finiscono qui. La capacità delle singole piattaforme di evolvere in un sistema interconnesso di servizi complementari, un vero e proprio ecosistema che offre all’utente la possibilità di fruire di una pluralità di funzioni, rende particolarmente difficile la definizione di “mercato” in cui le piattaforme stesse operano. Ciò rappresenta un notevole ostacolo per i tradizionali strumenti antimonopolistici. Significativa, a mo’ di esempio, la recentissima sentenza con cui un giudice federale statunitense ha sancito l’inapplicabilità delle norme antitrust alle megafusioni con cui Meta (Facebook) ha incorporato Instagram nel 2012 e Whatsapp nel 2014: le tre piattaforme, ha notato il giudice, operavano infatti, nel momento della fusione, in distinti “sub-mercati”. Ciò, ancorché indubbiamente l’esito di tali operazioni di concentrazione abbia generato un “ecosistema social” non solo di enormi dimensioni ma pure con posizione dominante sul mercato dei social network in senso ampio.

In conclusione, l’attuale stato dell’arte in tema di regolamentazione dei mercati hightech risulta particolarmente complesso. Oltre al tipico dilemma tra laissez faire – attualmente prevalente oltre oceano – ed intervento pubblico – prevalente invece in Europa -, si aggiunge un problema più radicale e del tutto nuovo: i tradizionali strumenti regolatori rischiano di rivelarsi armi spuntate a fronte della velocità con cui le app e le piattaforme che le gestiscono si dimostrano capaci di evolvere, aggiornando di continuo le loro funzioni ed interoperabilità. Se anche le politiche di regolamentazione non riusciranno ad evolvere altrettanto velocemente, il rischio di erosione dei valori di libera concorrenza, equità distributiva, se non democrazia stessa, diventerà senz’altro più concreto.