La strajè scozzese che scrive favole in dialetto
LAURA UGOLOTTI
Questa è la storia di Sgnàpla, il maialino che non riusciva a smettere di ridere. È uscita dalla penna (pardon, dal computer) di Barbara Bompani, parmigiana «strajeda», da anni trasferitasi in Scozia. Barbara non è una scrittrice. È professoressa associata della School of Social and Political Science dell’Università di Edimburgo e nella vita si occupa di tutt’altro.
Tra cui suo marito, James e suo figlio, il piccolo Hughie «detto Ughetto». Ed è per lui che Barbara ha pensato e scritto la storia di «Sgnàpla - Al gozén cal’ se sgargnàpla».
«A maggio – spiega Barbara – abbiamo dovuto annullare il secondo volo per l’Italia. In piena pandemia, non sapevo quando sarei riuscita a far conoscere a Hughie la mia città, l’altra metà delle sue radici famigliari. Però volevo, in qualche modo, connettere mio figlio con Parma. Ho cercato delle favole in dialetto ma non ho trovato molto, così ho deciso di scriverne una io».
«È stato impegnativo – confessa – ma divertente: un lungo lavoro di ricerca. Ho riscoperto modi di dire tipici dialettali che mi hanno fatto rivivere la mia parmigianità. Il dialetto è di tutti, è importante riappropriarsene».
«Hughie in quei giorni era a casa dall’asilo e io dovevo lavorare, quindi riuscivo a scrivere solo la sera. Nonostante la stanchezza, era un momento creativo che mi dava energia, proprio quando sembrava che non ce ne fosse».
Una volta stesa la bozza, Barbara si è fatta aiutare per la parte dialettale dagli amici parmigiani Cristina Panizzi, Andrea Montali e Alessio Concari. Dell’editing finale si è occupato invece Giorgio Capelli, vice presidente vicario della Famija Pramzana e membro della Consulta del dialetto parmigiano.
«Non mi era mai capitato – spiega lui – che uno straje volesse scrivere una favola per bambini in dialetto, men che meno uno straje accademico! Non potevo non dare una mano. La storia non solo ha una bella morale ma è anche molto divertente e di questi tempi abbiamo bisogno di ridere».
«È importante – aggiunge - che qualcuno si preoccupi di mantenere vivo il legame con Parma, con la sua storia e, soprattutto, di tramandarlo ai più giovani».
«Non sono brava a parlare il dialetto – spiega Barbara -. È la lingua dei nonni, degli zii, una sonorità che per me è famiglia, ma faccio parte di quella generazione a cui si chiedeva di parlare solo italiano. Quando vivi all’estero capisci ancora di più il valore delle tue radici».
«Lo scambio con Giorgio – aggiunge - è stato intenso. Mi ha aiutata tantissimo, si è appassionato alla storia e siamo diventati amici. Abbiamo condiviso poesie e musica, ci siamo scambiati materiale via mail, mi ha fatto seguire il corso on line di dialetto parmigiano della Consulta. Alla fine è stato un lavoro corale, che mi ha fatta sentire vicina a Parma, proprio nel momento in cui ero più lontana».
L’ultima voce ad aggiungersi al coro è stata quella dell’illustratrice Rossana Capasso, che si è lasciata ispirare dai colori della Bassa in cui vive (insieme al marito gestisce un B&B a Fontanelle) e dai tramonti della campagna guareschiana per dare un volto a Sgnàpla e una scenografia al suo mondo.
«È lì che ho portato Hughie a settembre, quando finalmente sono riuscita a tornare in Italia. Grazie alle immagini di Rossana, quelli per lui erano luoghi famigliari. Anche se il suo posto preferito resta il Duomo di Parma».
Ora che il libro ha preso forma Barbara ha scelto di condividerlo non solo con gli amici ma con chiunque voglia appassionarsi a questa bellissima storia. Le copie si possono ordinare tramite la pagina Facebook «Sgnàpla - Al gozén cal’ se sgargnàpla».
«Sgnàpla, che con la sua risata esaspera tutti gli animali della fattoria, ci insegna a non dare troppo peso alle cose negative, ma a cogliere la bellezza di ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. A Hughie ho raccontato la storia in inglese. Non capisce il dialetto, così come non lo capivo io alla sua età, ma quando gli leggo la favola lui ride moltissimo. Lo diverte la sonorità che, così, ora è anche sua. È il bello del dialetto. Una parola però l’ha imparata: “dailà”. Io lo capisco, le maestre dell’asilo a Edimburgo un po’ meno!».