Conti racconta Parma «Città d'oro»
DAVIDE BARILLI
Un libro mondo. Un romanzo della città. L’opera monumentale che Guido Conti, dopo anni di appassionata ricerca, ci presenta, è per certi aspetti rivoluzionaria. Il suo viaggio sentimentale - racchiuso ne «La città d'oro» - non parte da presupposti storici codificati, ma da domande. Conti vuole scavare a fondo nell’anima vera di una città sfuggente.
E lo fa andando a dialogare con le grandi presenze che hanno vissuto o attraversato Parma. Mancava un volume che raccontasse, attraverso la voce degli scrittori, dei poeti, dei cronisti - a cominciare da Salimbene de Adam - ottocento anni di una città troppo spesso codificata in un canone letterario irrigidito. Un libro profondo e documentato, curioso e provocatorio, un racconto appassionante volto a scoprire le radici autentiche e le verità sottese che lungo i secoli hanno disegnato il volto della città tracciandone indelebilmente l'identità.
Quando è nato questo progetto?
È nato leggendo, da più di trent’anni, gli autori che amo della mia terra. Volevo capire cosa fosse stata questa città dal punto di vista non solo letterario. Ogni lettura era un evento, una sorpresa, i materiali raccolti incredibili. Verdi, per esempio, che ho inserito come scrittore, ha raccontato la sua biografia, giorno per giorno, attraverso le lettere: e prima di essere un musicista e un uomo di teatro è uno straordinario lettore. Nella Cronica di Salimbene ho ritrovato i personaggi della Commedia come Federico II e Asdente. E poi Francesco Petrarca, il più grande poeta e intellettuale del Trecento, che nei dieci anni di Parma segna il passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Scrive della peste, parla della morte di Laura e fa esperimenti nell’orto di casa. Per non parlare del Novecento. Man mano che studiavo e leggevo Parma mi appariva sempre più una capitale della letteratura, dell’editoria e del giornalismo.
Come si è sviluppato, quali direttrici hai seguito?
Ho cercato di disegnare le mappe dell’immaginario degli scrittori che sono nati a Parma o che vivono qui. Poi ho costruito mappe temporali e mappe geografiche seguendo il cammino degli autori. Penso all’Africa e a Bottego che diventa il mito e il modello dei giornalisti parmigiani. Sono gli scrittori che raccontano l’anima di una città: senza Omero Itaca sarebbe una delle mille isole della Grecia. Parma è diventata un mito letterario grazie a Stendhal, anche se nella Certosa Parma è più sognata che reale, è reinventata, ma per questo diventa più vera del vero. Oppure pensiamo alla storia di Pedro Gonzales e della sua famiglia pelosa che vive al Parco Ducale, che alimenta in Europa il mito e la favola de La bella e la bestia. Gli immaginari sono molto più importanti della realtà.
Quali sono le anime vere di Parma e da cosa sono rappresentate?
Parma ha tante anime, ha un’anima aristocratica, idilliaca e virgiliana che si può leggere in poeti come Bertolucci, Artoni e Giancarlo Conti; ha un’anima popolare più ribelle come in Bevilacqua e Malerba. Ha un’anima epica come in Corradi e in Bertoli, ha un’anima scientifica e poetica in Bacchini, un poeta di livello europeo che oggi conta molti epigoni. E poi c’è l’anima umoristica e satirica di Guareschi e Zavattini, quella surreale di Anton Germano Rossi, Gene Gnocchi, Paolo Nori; c’è l’anima stendhaliana di un altro prosatore di qualità come Pietro Bianchi, c’è quella avventuriera di Bruno e degli altri Barilli, quella storica e noir di Valerio Varesi, uno degli scrittori italiani più noti e amati in Francia. Oggi l’Officina parmigiana è meno scuola rispetto a quella degli anni Cinquanta, ha voci e poetiche diverse, è più ricca e sfrangiata, meno aristocratica e più popolare, ed è anche più tradotta all’estero. Senza contare il circolo dei poeti di oggi che vivono e scrivono in città.
Via Francigena, via Emilia, la Cisa: in questo crocevia si è sviluppata una cultura, anche letteraria, unica nel suo genere.
Certo, Parma è una città che vive quando si apre al mondo, non quando si chiude nelle retoriche stanche del “com’era bello una volta” e in mitizzazioni che non hanno senso. Con questo libro volevo scardinare posizioni sclerotizzate: vorrei ricordare che leggere bene è sempre un atto rivoluzionario.
Le meraviglie del possibile, tra realismo e visionarietà?
Questa è un’altra dinamica importante. Il realismo visionario padano di Cesare Zavattini, grazie alla favola di Totò il buono, poi diventato il film Miracolo a Milano, è stato fondamentale per Gabriel García Márquez e la nascita del realismo magico sudamericano, come lo stesso Márquez racconta nella sua autobiografia. Cesare Zavattini ha inventato sulla “Gazzetta di Parma” la pagina della cultura, e l’Officina parmigiana degli anni cinquanta e i vari inserti non sono altro che la maturazione di idee e prospettive nate alla fine degli anni Venti. Za è un personaggio centrale del novecento a livello mondiale. Ecco cos’è Parma. C’è una lezione da imparare, per tutti, in tutti i campi. Una visionarietà che è stata la guida di Franco Maria Ricci, che chiama a Parma Jorge Luis Borges e inventa il labirinto di bambù, un sogno settecentesco straordinario tra Bodoni e Petitot.
In questo libro coabitano narrazione pura, saggio, cronaca, regesto: è un genere cui raramente ci eravamo imbattuti…
Non ho voluto fare un manuale di storia letteraria. Siamo abitati a ridurre la letteratura al manuale di storia, al saggio critico che spesso fa perdere la tensione che sottende a grandi tradizioni che attraversano i secoli, al fatto che gli scrittori dialogano con autori di secoli passati come se fossero loro contemporanei. Parma Capitale si costruisce sul tema del tempo. Avere una visione a lunga gittata fa riflettere seriamente sull’idea di tradizione, originalità, territorio, genius loci, provincia ed Europa. Fa pensare al passato e crea utopie (fondamentali) per il futuro. Per questo non è solo un libro su Parma, ma un modello di scrittura che può essere rivoluzionario per altre città e altri luoghi letterari, diventando uno strumento necessario anche per l’economica e l’industria. Come raccontiamo la città? Come la pensiamo? Come la immaginiamo fra dieci anni? Prima che politico è un problema narrativo.
Petrarca. Dickens, Sacchetti, Folengo, Frugoni satirico, Carlo Goldoni, Verdi scrittore, Gorkij, Malaparte. I fogli satirici. Le riviste. L’approccio attraverso voci che non fanno parte del canone parmigiano...
Non esiste solo un canone, esistono più tradizioni che si mescolano, mentre invece la critica lavora sempre a comparti stagni. L’approccio storicistico impedisce di leggere correttamente un poeta satirico modernissimo come Carlo Innocenzo Frugoni. Era molto amico del veneziano Giorgio Baffo e nel libro riporto alcune poesie licenziose. Senza dimenticare la tradizione dei giornali satirici, vera palestra per i giornalisti, una tradizione di cui non si parla nemmeno nelle storie ufficiali della letteratura o nei canoni otto-novecenteschi. La città d’oro è un atto d’amore per la mia città e un modo per raccontare agli altri chi sono i parmigiani.