EDITORIALE
La legge della forza e il fattore «Uomo»
Tre guerre mondiali, l’ultima «Fredda», hanno lasciato tante, troppe questioni irrisolte, soprattutto per l’insipienza dei vincitori. Pensiamo all’ultima, convenzionalmente finita con il crollo del muro di Berlino (9 novembre 1989), e alle condizioni miserrime in cui era ridotto l’impero sovietico, disgregatosi in tante repubbliche, con la principale, la Russia alla fame. E ai tanti speculatori europei e americani che vi si riversavano per loro affari lucrosi.
Il capitalismo guarda al profitto immediato e non si occupa del domani o del dopodomani. Eppure non ci voleva molto a immaginare che far sedere la Russia al tavolo dei «grandi» - cosa ben diversa dei vari G - avrebbe mutato i termini della competizione mondiale aggregando la nazione reduce dal socialismo reale all’Occidente. Benché non ne sia stato mai seguace o laudatore, voglio ricordare che a margine di uno dei tanti vertici, probabilmente quello in cui i giudici di Milano ebbero la pessima idea di notificargli un avviso di garanzia, Berlusconi formulò la proposta di integrare la Russia nella Nato. L’idea venne archiviata, sbagliando, immediatamente. Se le nazioni dell’Alleanza - e gli Stati Uniti - fossero stati capaci di condurre in porto l’operazione la storia del mondo sarebbe cambiata - in meglio - per l’Occidente e per la Russia.
La rottura del vecchio schema si manifesta pienamente quando la Russia, intendendo riprendere il ruolo egemone del passato realizza la trasformazione delle ex-repubbliche sovietiche in stati vassalli. Operazione che non riesce nei confronti dell’Ucraina, il cui presidente-fantoccio, Victor Janukovich è costretto a furor di popolo a ritirarsi a Mosca. Era chiaramente fatale che Putin aggredisse Kiev: dopo essersi assicurato la Crimea e piccole parti di Donbass, elevate al rango di repubblica, ecco l’attacco -fallito perché tecnicamente sbagliato (migliaia di tanks in fila indiana nelle strade per Kiev: ne bastava immobilizzare uno per bloccare tutti gli altri) - del 24 febbraio 2022, con tentativo di prendere Zelenskji e portarlo in Russia.
Un progetto che ci ricorda la cronaca recente, la cattura cioè di Maduro e il suo trasferimento a Brooklyn.
Il cambiamento di paradigma ha trovato terreno fertile, anche perché negli Stati Uniti il presidente Biden era del tutto legato agli schemi precedenti, al mondo archiviato da Putin e ai suoi riti. E, peraltro, ha trovato una sponda al di qua della teorica linea di separazione quando Donald Trump ha conquistato per la seconda volta la Casa Bianca.
Un’esperienza - diciamo - più congeniale al suo temperamento visto che ora non c’è alcuna remora legale o ideologica a frenarlo. Credo che sia chiaro che Donald Trump, dopo una discutibile storia imprenditoriale, farcita di procedimenti legali e di rocambolesche assoluzioni, sia un personaggio dalla psicologia basica, infantile, da un ego smisurato che celebra in ogni momento della propria vita e da una sterminata «self-confidence».
Nella politica interna ha messo in atto una serie irreparabile di esondazioni, cui di recente la Corte suprema (a maggioranza repubblicana) ha iniziato a porre rimedio imponendo il ritiro della Guardia nazionale dal territorio di alcuni comuni, falsamente dichiarati vittime di moti insurrezionali e criminali. Ma è nella politica estera che Trump ha manifestato meglio i suoi istinti basici. Non si è reso conto che gli elogi dispensatigli dopo le decisioni sui dazi erano opportunistiche falsità propinategli per la sua capacità di bere acriticamente gli elogi (anche della nostra Giorgia Meloni). Una linea, quella della politica estera, che smentiva clamorosamente i postulati isolazionisti Maga, per impegnare il futuro dell’America su quadranti rischiosi e di difficile manovrabilità (penso al medio Oriente e alle varie guerre che il signor Trump dichiara di avere risolto con la pace e che continuano indisturbate e produrre morti, feriti e danni).
In questi giorni, dopo le minacce rivolte all’Iran («se non cessano le stragi di dimostranti, interverrò con i bombardieri») il «commander in chief» ha messo in atto l’«operazione Maduro». Prima di procedere segnalo che da varie parti internazionali viene riferita la notizia che Alì Khamanei, guida suprema dell’Iran, stia per trasferirsi con la famiglia e ampio seguito in Russia, più o meno dorato esilio prudenziale, a conferma di un vecchio detto nostrano: «Fuggire è peccato, ma è salvamento di vita». Khomeini, fondatore della repubblica islamica, s’era rifugiato a Parigi, ben più «dorata» di Mosca.
Ora la reazione dei provincialissimi politici italiani è stata di ordine morale, di una natura cioè che non riguarda il fatto né le reazioni che esso ha prodotto, ma soddisfa il loro piccolo ego di persone incapaci di affrontare il tema odierno. In merito, ricordo che l’autorità morale che si sta occupando dei conflitti in corso e di quelli in maturazione, è Papa Leone XIV che, nell’invitare i cristiani a coltivare la pace nell’animo loro, formula un richiamo esplicito all’insegnamento di Sant’Agostino: è l’animo umano il tempio in cui si onora il Signore e quindi è l’animo umano che deve essere disarmato. Un processo lungo e difficile, da perseguire con costanza e fede per recuperare alla pace e alla ragionevolezza soprattutto i fautori della guerra.
Si dice che la droga non c’entri nulla, ma posso testimoniare che negli Stati Uniti, paese in cui si sono rifugiati migliaia di venezuelani, tutti ricchi dei soldi portati via (e di quelli rubati da esponenti del regime che una volta raccolto quanto programmato si trasferivano in America dove compravano ville hollywoodiane e barche lussuosissime) era immediato il collegamento tra i venezuelani e il traffico di droga. Ora abbiamo capito che c’entra il petrolio e la sua nazionalizzazione. Punto: fermiamoci un attimo dopo l’arresto di Maduro. Trump annuncia di «run» il governo del Venezuela (di dirigere il governo) ma non c’è un esponente del suo governo di incompetenti che abbia un’idea di cosa e come fare. Secondo gli usi della casa: incapace di dominare qualsiasi situazione delicata non avendone pianificato le fasi.
Ora l’aspirante Nobel per la pace annuncia che si prenderà la Groenlandia.
«Viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, dalla violenza, dal potere», ha detto lunedì Stephen Miller, uno dei principali collaboratori di Trump. «Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall'inizio dei tempi». Riflettiamo su questo punto: che la Groenlandia sia la base per operazioni militari e civili delle flotte russa e cinese è un fatto. Che la Danimarca non abbia i mezzi, innanzi tutto finanziari, per esercitare sino in fondo la propria sovranità è un altro fatto.
In altri tempi un presidente americano avrebbe proposto alla Danimarca una collaborazione militare per il recupero e il mantenimento della sovranità danese sull’immenso territorio in questione. Oggi Trump vuol mandare i marines per prenderne possesso. Degli alleati della Nato e della Danimarca non gli interessa nulla. Essi sono un problema troppo complesso per la personalità elementare sua e dei suoi collaboratori. Insomma, «Vi prendo il pallone e ci giocherò solo io».
Funzionerà? Russia e Cina subiranno in silenzio? Difficile crederlo.
Il fattore «U» come Uomo, ci riserverà le solite sorprese. Come dire «il diavolo fa le pentole ma non i coperchi».
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