EDITORIALE
Noi e quelle farfalle perdute nel rogo
Il video di “Perdutamente”, la canzone di Achille Lauro preferita da Achille Barrosi (una delle 6 vittime italiane, tutte minorenni, del rogo di Crans-Montana) è un lungo e, dopo quel che è successo, quasi insopportabile primo piano di una farfalla che brucia lentamente. Forse nulla più di quelle immagini e di quei versi cantati insieme agli altri familiari dalla madre di Achille, la mano appoggiata dolcemente sulla bara del suo ragazzo appena sedicenne, può rendere lo strazio dei funerali di Riccardo Minghetti, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini (16 anni anch’essi) e di Sofia Prosperi (15 anni) svoltisi negli ultimi due giorni. Oggi, presenti anche Macron e Mattarella (la Francia con 9 e l’Italia con 6 sono le Nazioni con il più alto numero di morti), si terrà in Svizzera la cerimonia ufficiale di commemorazione di tutte le 40 “farfalle” consumate dal fuoco all’interno del disco-bar “Le Constellation” trasformato in un inferno di fiamme, fumo e gas bollenti. Accanto a “fuoco” avrei potuto scrivere “assassino”. Ma non l’ho fatto, dato che in questo caso gli assassini sono altri. Forse troppi, perché la giustizia possa un giorno (si spera non lontano) arrivare a presentare il conto a ognuno di loro. Comunque, per lo più facili da individuare oltre che totalmente sprovvisti di alibi e di attenuanti sufficientemente attendibili. Mi riferisco, prima ancora che alla titolare immortalata da un video mentre scappa con il - si presume - pingue incasso della serata, a chi ha permesso di riconvertire il sottoscala di un bar in una discoteca in grado di ospitare fino a 300 clienti al coperto. Per poi non disporre più uno straccio di ispezione per ben 5 anni! Nemmeno per accertarsi che il personale del ritrovo, fra i più gettonati della cittadina del Canton Vallese nota per essere una delle mete invernali predilette dal jet-set internazionale, fosse adeguatamente formato e dotato dei mezzi necessari per potere intervenire prontamente in caso di emergenza.
Il concentrarsi di questi fattori, uno più pericoloso dell’altro, in un ambiente angusto e per di più interrato ha fatto il resto, favorendo il formarsi del fenomeno (noto agli esperti, ma non certo a dei ragazzini poco più che adolescenti) del “flashover”. Cioè, dell’accensione all’unisono di tutti i materiali (a parte gli arredi, quanto alcol ci sarà stato nella discoteca?) e dei gas combustibili via via prodotti dall’incendio stesso, con il calore che in pochi istanti raggiunge e supera i 500-600°C (i primi a bruciare a quelle temperature sono i polmoni) dando luogo a una enorme palla di fuoco che finisce col divorare tutto. Ecco perché quel nostro bravo e coraggioso ambasciatore in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, aveva ragione da vendere nel parlare subito di una “strage evitabile”. Ed ecco perché non basta, né può bastare che il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, abbia dichiarato nella prima conferenza stampa convocata 7 giorni dopo la carneficina (decisamente troppi, signor sindaco!) che “porterò questo fardello per la vita”. A portare quel fardello per tutta la vita saranno, semmai, i genitori di quei 40 giovani per identificare i cadaveri dei quali è stato necessario ricorrere all’esame del Dna (per altro risultato in tre casi ancora insufficiente). Come e ancor di più i 116 superstiti (alcuni tuttora in condizioni disperate) ricoverati in mezza Europa con ustioni di secondo e anche terzo grado e in buona parte condannati insieme alle rispettive famiglie a un interminabile calvario di interventi e di trapianti che, non sempre e solo grazie agli straordinari progressi compiuti dalla chirurgia plastica rigenerativa, potrà sfociare in una guarigione definitiva.
Detto che il commento migliore a proposito delle “prudenze” (per usare un eufemismo) della magistratura elvetica lo ha già fatto ancora una volta l’ambasciatore Cornado (“In Italia i gestori sarebbero già stati arrestati”), è inevitabile soffermarsi proprio sul profilo dei due coniugi, originari della Corsica, titolari del “Constellation”. Lui, Jacques Moretti, con alle spalle una condanna per sfruttamento della prostituzione in Svizzera e una sfilza di guai con la giustizia francese, più (a completare il già edificante palmarès) una consolidata amicizia con uno dei boss della mafia corsa attualmente sotto processo a Marsiglia per riciclaggio e associazione per delinquere. Lei, sua moglie Jessica, brillante imprenditrice immobiliare con case sparse fra Parigi e la Costa Azzurra. E tutti e due protagonisti perfettamente affiatati di una di quelle irresistibili “storie di successo” - tutta champagne e feste glamour, locali rilevati e rilanciati come per magia e un po’ di beneficenza qua e là - di cui sono piene le serie trasmesse su Netflix. I processi è sempre meglio lasciarli ai tribunali. Ma a emettere una prima sentenza nei confronti della coppia ci ha pensato, nel frattempo, un altro gestore di locali di Crans-Montana, confessando in lacrime ai giornalisti: “Anch’io faccio lo stesso mestiere. Però i ragazzini, i bambini di 13 e 14 anni, no: quelli non puoi e non devi farli entrare!”. Come invece era la norma al “Constellation”. Potrebbero confermarlo anche Alicia e Diana Gunst, le due sorelle rispettivamente di 14 e 15 anni che sono anche le vittime più giovani dell’incendio di Capodanno. Altre due farfalle bruciate e volate via in un attimo, in questo inizio tremendo di 2026. Ovunque si volga lo sguardo, troppo duro, crudele e disumano per non ritrovarci anche noi, insieme a quella madre, perdutamente smarriti e soli.