EDITORIALE

Il mondo nella tempesta ma l'Europa c'è ed è la risposta

Pino Agnetti

Cosa fare se il tuo principale alleato decide di fare senza di te e di andarsene per conto suo? È la domanda che tutti in Europa dovrebbero porsi in questa che è anche l’ora più drammatica della storia recente non solo continentale, ma mondiale. Già, ma cosa è oggi l’Europa? Un nano politico-militare? Una accozzaglia di Stati e di governi diversi e irrimediabilmente divisi fra loro? Un mega apparato burocratico per di più costoso e non immune da sprechi e scandali (vedi il «Qatar gate», ma pure la ristrutturazione del sede del Consiglio europeo a Bruxelles al folle costo di 800 milioni di euro)?

Probabilmente, anche se solo in parte, sì. Piaccia o non piaccia, c’è però anche dell’altro. C’è che restiamo il posto dove il 90% degli abitanti del pianeta Terra vorrebbe o si augurerebbe di vivere. C’è che se un tiranno guerrafondaio come Putin non fa che insultarci, minacciarci e cercare di lusingarci e di corromperci con ogni mezzo (va detto non senza risultati), vuol dire che, alla fin fine, così deboli e inutili in realtà non lo siamo. «Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io!», recita una vecchia massima tornata improvvisamente attuale. E se dunque risulta scontato almeno sulla carta che tocchi in primo luogo a noi  di guardarci dalla schiera sempre più folta dei nostri nemici più o meno dichiarati (oltre a Putin, la Cina, Musk e le Big Tech che pretenderebbero di spremerci come tanti limoni senza pagare letteralmente dazio, senza dimenticare il terrorismo islamico e le mafie), chi, se non appunto il Buon Dio, può metterci al riparo dagli «amiconi» come Trump che, non appena rimesso piede alla Casa Bianca, si è messo di gran lena a tagliarci letteralmente l’erba sotto i piedi?

Sono tutte considerazioni che mi sento di sottoporre, in piena onestà e umiltà, ai tanti sinceri filoeuropei che, più che lodevolmente s’intende, insistono nello sferzare l’Europa invitandola a uscire dal proprio ormai anacronistico e altrettanto autolesionistico letargo. Ovviamente, sono e resterò sempre con loro. Ma azzerare o comunque superare 27 Stati (che presto aumenteranno) e 27 governi diversi, così come 27 Parlamenti, 27 Forze Armate e di Polizia (che in quanto tali vanno moltiplicate per ogni singolo caso almeno per tre se non per quattro o cinque come anche il caso italiano insegna), 27 Banche centrali (per non parlare delle Borse), più (last but not least) gli innumerevoli partiti e partitini che una volta realizzati gli «Stati Uniti d’Europa» da «nazionali» dovrebbero mutare definitivamente in «transnazionali», è un processo che richiede un sacco di tempo. E quindi, fatta salva la traiettoria e l’approdo finali, cosa realisticamente può fare o almeno tentare di fare nel frattempo l’Europa? Dopo tante e forse troppe domande, butto lì una risposta leggermente controcorrente: esattamente quello che sta già facendo! Cioè, resistere a Putin. Sostenere l’Ucraina con ogni mezzo (ovviamente, anche se non solo, militare). Aiutare Gaza e i palestinesi (non Hamas e le sue tante «succursali» mascherate da associazioni benefiche sparse come si è visto ovunque). Restare fedeli alla Nato (che era e resta un’alleanza difensiva) assumendosene fino in fondo la responsabilità e gli oneri (almeno per una volta, bisogna dire grazie a Trump) e in tal modo facendo crescere in concreto e non a forza di chiacchiere da salotto quel benedetto «Esercito europeo» che, nei fatti, esiste già proprio grazie alla Nato. Mettere in sinergia le industrie belliche e aerospaziali di Germania, Francia, Italia, Polonia, Svezia (i principali player Ue della Difesa) e Gran Bretagna che in questo campo sta già agendo come se la Brexit fosse solo un ricordo. Controllare in maniera capillare gli spazi e le rotte del Mediterraneo (gli esperti parlano di «Potere marittimo») e degli altri altrettanto vitali e decisivi «Mare Nostrum» che circondano il Vecchio Continente. Costruire un unico sistema normativo e giuridico sull’immigrazione. Alzare i muri che è assolutamente necessario alzare (leggasi dazi) contro la Cina che, dopo averci fatto arrosto sull’automotive, è lì che sta già preparandosi a ripulire del tutto la tavola. Scommettere con tutte le forze e le risorse disponibili sul rilancio della domanda interna e delle nostre industrie (che, come insegna il caso dell’Emilia-Romagna, o crescono oppure affondano insieme). Lasciare Greta e i gretini sprofondare nell’oblio che si meritano, dando vita a un Green Deal che, invece di chiudere le fabbriche, le faccia aprire. Tutte cose che, ripeto, «questa» Europa ha già iniziato a fare. Senza, però, darlo sufficientemente a vedere e soprattutto senza dare l’idea di crederci veramente. Il che rappresenta il suo peccato forse peggiore. Del suo ceto sia politico che intellettuale (informazione compresa) essendo arcinoto che, per far sì che un argomento diventi popolare, occorre anche sapere parlare al popolo. Un’arte, nella sua accezione più nobile e non rozzamente «populista», fatta di chiarezza e pragmatismo, umanità ed entusiasmo, onestà e senso di appartenenza. Mi verrebbe da aggiungere (citando Jane Austen e Oriana Fallaci, due delle scrittrici europee tuttora più lette al mondo) di ragione e sentimento, di rabbia mista a una sana dose d’orgoglio. Qualità che certo non difettavano né ai «padri fondatori» dell’Europa (gente alla De Gasperi o alla Adenauer per intenderci). Nè agli ultimi veri «giganti» del Continente che, per quel che mi riguarda, portano i nomi di Margareth Thatcher e di Karol Wojtyla (del quale Papa Leone, ancorché nato in America, sembra essere sempre più spesso la reincarnazione). Mentre tutt’attorno infuria la tempesta - ah, quei poveri giovani iraniani massacrati nuovamente senza pietà da quei mostri di ayatollah esattamente come migliaia di loro coetanei 37 anni fa a Tienanmen (e nella sostanziale indifferenza delle nostre piazze) - «essere europei oggi» significa dunque resistere. Badando a tenere la barra ben dritta e anche riconoscendo che, per il momento, non disponiamo dei mezzi necessari per potere cambiare, da soli, l’ordine sempre più folle degli avvenimenti: né sull’Ucraina, né sulla Groenlandia, né sul Medio Oriente. Per quanto possa risultare duro ammetterlo, è così. Anche se da nessuna parte è scritto che debba continuare esserlo in eterno. Da questo punto vista, dichiarare come hanno fatto pressoché all’unisono i leader Ue - brava Meloni a essere stata una delle prime a farlo - che «l’Europa sta con la Groenlandia», così come sta e continuerà a stare con l’Ucraina, costituisce un altro passo nella direzione giusta. Così come lo è stata la decisione di Danimarca, Germania, Svezia e Francia di rafforzare il contingente europeo dislocato nell’immensa «Terra verde» dove neppure le foche e i trichechi vogliono saperne di diventare sudditi di Trump. Una mossa, trattandosi dell’invio di poche decine di soldati, più che altro simbolica, ma che potrebbe essere presto replicata da altre nazioni appartenenti sempre alla Ue e alla Nato. Il segnale che non tutte le strade portano per forza a Washington, oppure a Mosca e a Pechino. E che ne esiste anche un’altra che conduce là dove anche l’America di mister «Mi prendo tutto e basta» ha avuto inizio. In una terra quasi per miracolo non ancora sommersa dal brutale e devastante ritorno degli Imperi. Quella terra è la nostra terra ed è un bene e una garanzia per tutti, non solo per chi vi è nato e cresciuto, che continui a essere un bastione di pace, libertà e democrazia chiamato «Europa».