Parma per l'Ucraina

Consegnati dal Seirs nuovi aiuti. Già pronta una nuova missione

Roberto Longoni

Zàhony (frontiera Ungheria-Ucraina) Non sembrano nemmeno bambini, per come tacciono: chissà se erano così silenziosi anche prima della guerra e della fuga dalle loro case, prima dell'ultimo abbraccio ai padri. Pennarelli in pugno, si concentrano su un foglio allo stesso tavolo, inginocchiati su una panchina uno accanto all’altro, sotto il tendone del Cesvi alla stazione di Zàhony. C’è chi disegna carrarmati gialli e blu, ma i più colorano fiori e arcobaleni, inneggiando alla pace in entrambe le lingue dei contendenti, perché nessuno possa fingere di non capire. Il vento scuote il tendone, e i disegni appesi alla parete di tela cerata sembrano respirare. Nel foglio lasciato da un bimbo di 6 anni si legge «Il mio papà è rimasto a Karkhiv», sopra lo schizzo di un viso piangente nella pioggia. Una bambina ha ritratto sé stessa, «terrorizzata dalle bombe».

Una ha disegnato un volto a sinistra sereno e a destra in lacrime. «Senza “l’aiuto della Russia”» correda la prima metà, «Con “l’aiuto della Russia”» la seconda, con un post scriptum: «Noi siamo per la pace». Uno choc trovarcisi di fronte, per Matteo Marvasi, in missione con gli altri volontari del Seirs al confine con l’Ucraina, per scaricare le 12 tonnellate di aiuti inviate da Parma. «Questo disegno, l’ho sognato tale e quale la notte scorsa: sarà difficile crederlo, ma è proprio così» esclama, prima di chiudersi nei propri pensieri.

Il peggio e il meglio

La guerra scatena di certo il peggio dell’uomo, ma il bisogno di resisterle può liberare il meglio (in chi ne è provvisto). Si deve sopravvivere a tanto orrore, anche nello spirito. La condivisione si eleva: forse a sfiorare la telepatia. Di certo si respira (oltre al perenne profumo di gulash) empatia intensa sotto il tendone, alla faccia della Babele solidale. In questo turno ci sono anche due volontari brasiliani e due inviati dall’Agenzia ebraica, da Tel Aviv e Toronto, un greco. Oltre a loro, una russa e un americano dell’Arizona: sono partiti, per mettersi a disposizione. Come le rezdore che Tamàs Marghescu, (un professionista qui nelle vesti di maestro delle zuppe ungheresi) venuto da Budapest, ha soprannominato «Gli angeli di Zàhony»: pronte a offrire cibo, bibite e caffè a rifugiati e volontari. «Siamo 200, tutte della zona – dice Judith -. Una di noi ci ha riunite in un elenco: in turni da 5 o 6, siamo nel tendone dalle 8,30 a mezzanotte». Sono loro a sfamare i giovani ebrei. Il profumo della zuppa li ha attratti, la carne di maiale al suo interno li ha respinti. «Piove: da lassù magari non si vede ogni dettaglio» Tamàs prova a versarne un piatto, ma invano.

Un fronte compatto

Questioni alimentar-religiose a parte, il clima di collaborazione che regna qua dentro è raro anche nelle realtà lontane dalla guerra. L’intesa c’è stata fin da subito, l’organizzazione cresce di giorno in giorno. Lo sottolinea anche Luigi Iannaccone accingendosi al rientro dalla seconda spedizione (in nottata l'arrivo a Parma), dopo la prima di tre settimane fa. «Il sindaco di Zàhony ci ha fatto inviare in Ucraina aiuti chiesti da lui stesso: anche questo un segnale importante - dice il presidente del Seirs -. E a Zàhony stiamo valutando un progetto nel vecchio asilo da attrezzare per accogliere anche bimbi disabili ucraini. In questa missione, grazie alla collaborazione con l’Azienda ospedaliero-universitaria siamo riusciti a dare un forte contributo al recupero di tante persone decedute. Si parla di dignità umana, di tutti: sotto quelle macerie, nelle trincee e accanto ai carrarmati distrutti ci sono ucraini e russi. Solo quando si farà una vera conta dei morti si potrà arrivare alla fine di questo scempio». Mentre le operazioni umanitarie del Seirs, che proprio oggi compie 31 anni, continueranno. «Finché ce ne sarà bisogno e avremo al fianco la popolazione, le aziende e le istituzioni, andremo avanti». Grazie alle donazioni che non si sono mai fermate, si sta già pensando a un prossimo viaggio. «Oltre a quello per la consegna di un centinaio di culle, per il progetto realizzato con Woodly, Munus, Fondazione Azimut e Anpas». Le culle dopo le sacche salma: la speranza, dopo la pietà. La vita che resiste alla morte.

Roberto Longoni