Intervista
Franklin: «L'orgoglio di portare al Regio l'opera di Weill»
Colta e popolare al tempo stesso, straordinariamente all’avanguardia. La musica di «Ascesa e caduta della città di Mahagonny», secondo il direttore d’orchestra Christopher Franklin, chiamato a dirigere l’opera di Kurt Weill (1900- 1950) al debutto martedì 26 aprile al Teatro Regio, mette insieme le due anime del compositore tedesco.
Con l’opera, andata in scena per la prima volta a Lipsia nel 1930, che nasce dalla stretta collaborazione con il drammaturgo Bertolt Brecht e sviluppata da un primo nucleo di sei canzoni «Mahgonny Songspiel» del 1927, il compositore apre nuove strade, introduce strumenti come il sax e la chitarra ottenendo effetti innovativi per l’epoca. Weill ha avuto il coraggio di fondere generi e stili musicali diversi e questo rende il lavoro di “montaggio” dello spettacolo, altamente impegnativo per il maestro Franklin, americano che ha trascorso gli anni giovanili a Berlino, ma la cui attività è iniziata in Italia come assistente di direttori quali Maag, Renzetti, Campori e Gelmetti.
Maestro Franklin, lei è appassionato sostenitore della musica contemporanea e qui si trova al debutto con quest’opera del Novecento. Perché ama affrontare compositori viventi o vicini a noi come Weill?
«Mi fa diventare un artista migliore. Partiture come quelle di Britten e Weill ti fanno studiare molto dettagliatamente quello che il compositore ha scritto. In Mozart o Rossini, tante cose non sono scritte e devi inventarle tu. A volte c’è la tendenza alla superficialità a non scavare quanto magari dovremmo. Questa musica invece, ti costringe ad approfondire».
«Mahagonny», satira sui soldi, sulla moralità e sulla ricerca del piacere, ha un impianto complesso con tanti solisti, bande in palcoscenico, lingue diverse, atmosfere classiche e altre popolari. Quali sono le difficoltà nell’affrontare un linguaggio musicale così variegato?
«La sfida è proprio tenere insieme tutto perché è un’opera che ha tanti elementi e muta nel corso del suo svolgimento. C’è un numero, poi i dialoghi, poi un narratore che porta avanti il discorso, poi tanti cambi di scena anche a vista e quindi il percorso dello spettacolo è complicato. Ci sono nove solisti più le sei ragazze di Jenny, mimi, comparse, ballerini e il fantastico Coro del Regio di Parma alle prese con un repertorio che non fa spesso. Poi ci sono armonie complicate e il testo è in tedesco. Il bello è che tutti vogliono fare bene e questo rende la sfida meno difficile».
Come le sembra questa musica di Weill?
«Fantastica e lui era un genio. Scrisse quest’opera quando non aveva nemmeno trent’anni. E’ una musica che non cerca mai l’applauso del pubblico. Rispecchia perfettamente l’epoca in cui è stata scritta, è decadente, definizione che potrebbe anche rifarsi al contesto in cui è nata l’opera, la Repubblica di Weimar. Non a caso quando i nazisti presero il controllo della Germania nel 1933, la musica di Weill fu censurata, ed egli stesso fu costretto a fuggire. La musica di quest’opera è a tratti sofisticata con fughe e contrappunto rigorosamente studiato e in altri popolare. Ecco perché c’è tanto pianoforte, percussioni e strumenti particolari come banjo e chitarra della musica swing che prima non si usavano. Li troveremo più tardi in Bernstein e Gershwin ma loro sono compositori americani mentre per un tedesco negli anni ‘20 utilizzarli significava essere all’avanguardia. Weill ha scritto composizioni rigorose come il “Concerto per violino”, mentre “L’opera da tre soldi” è in stile più popolare. Ecco, in “Mahagonny” ci sono entrambe le anime. L’apertura dell’opera è in stile tedesco serio poi ha adottato uno stile swingato. E’ evidente che sia per l’orchestra che per i cantanti serva grande capacità per affrontare questi mutamenti stilistici. E’ una musica molto particolare e sono felice di portarla per la prima volta al Regio».
Ilaria Notari