Pallavolo

Campionato italiano sordi, scudetto per il colornese Marco Chezzi

Chiara De Carli

Colorno La coppa alzata al cielo da capitano è stata la «ciliegina sulla torta» per il pallavolista colornese Marco Chezzi che per la quarta volta ha conquistato lo scudetto nel campionato italiano sordi, il primo della storia dell’Ancona.

Finale «minata»

Una «cavalcata» che è stata anche baciata da un pizzico di fortuna visto che proprio nella fase finale, giocata a Brescia, la squadra, il Gss Ancona, ha potuto contare solo su sei giocatori. «Uno ha avuto un problema personale, uno aveva il Covid, l’altro era infortunato: se uno di noi si fosse fatto male non avremmo potuto continuare a giocare. Invece tutto è andato bene e ce l’abbiamo fatta», racconta. Una vittoria che «vale doppio» perché i componenti della squadra vengono da tutta Italia e sono rare le occasioni per allenarsi insieme e affinare il feeling che può fare la differenza nella modalità «silenziosa» di gioco.

«A differenza del campionato per normodotati, qui si gioca senza apparecchio acustico e bisogna quindi essere ben attenti a cosa succede attorno a te». Nessuna possibilità di sentire la chiamata della palla, il fischio dell’arbitro è sottolineato da ampi gesti da fondo campo e dell’entusiasmo del pubblico si possono avvertire solo le vibrazioni. «Giocare nel campionato sordi è senza dubbio diverso ma è ugualmente entusiasmante. Io sono sordo dalla nascita, gioco a pallavolo da quando avevo otto anni e ora ne ho 38, e forse l’aver cambiato diverse squadre mi ha aiutato a capire più velocemente gli schemi e ad adattarmi ai compagni».

Messaggio

Marco ha mosso i primi passi sul parquet di Colorno, spostandosi poi tra Viadana, Casalmaggiore, Parma e San Polo, arrivando fino alla serie D del campionato Fipav. «Questa vittoria mi consente di lanciare un messaggio importante: anche se sei sordo puoi fare quello che vuoi. Praticare sport, lavorare, studiare, coltivare relazioni non è mai stato un problema per me, ma mi rendo conto che c’è ancora molta strada da fare. Mi piacerebbe che il mio esempio fosse uno stimolo per i ragazzi che hanno questo tipo di disabilità».

Chiara De Carli