Corrado Corradi

Addio al gentleman della carta stampata

Ho un flash, un ricordo improvviso. Venezia, esterno giorno: eravamo alla Mostra del cinema, doveva essere agosto o settembre. Il collega Maurizio Schiaretti, a cui entrambi in questi anni non abbiamo smesso di volere bene, aveva smarrito le chiavi dell'auto. Una di quelle cose che speri non ti capitino mai, che, da sole, ti possono rovinare non un pomeriggio ma un'intera settimana: se poi sei a centinaia di chilometri da casa, su un'isola e oltre tutto fa un caldo bestia, fatichi a scorgere, come diceva in quegli anni Tonino Guerra, l'ottimismo della vita. Cercammo ovunque, le chiavi ma anche una soluzione. Un modo, qualunque, per risolvere quell'impasse. Poi arrivò lui: nel momento esatto in cui lo sconforto sembrava impossessarsi di Maurizio, Corrado, il nostro caro amico Corrado, spuntò dal nulla, impeccabile come al solito, con un piattino con una fetta di strudel sopra. E senza dire niente gliela porse.

Non so perché adesso che Corrado Corradi - gran penna del giornalismo parmigiano prestata alle arene nazionali, strajè p’r al mónd che da quella piccola approdò all'unica vera capitale - se ne è andato in punta di piedi a 97 anni, mi viene in mente, di lui che aveva visto tutto e intervistato tutti, proprio questo episodio: forse perché difficilmente, a questo mondo, ho incontrato una persona più generosa, sensibile, cordiale di Corrado, dandy di un'epoca che non è questa, ultimo vero gentleman della carta stampata.

Lui che da Parma era partito per le instancabili e caotiche redazioni milanesi, approdando a «La Notte» del mitico Nutrizio, in quella Milano non ancora da bere dove erano sbarcati anche Giorgio Torelli, il suo caro amico Pier Boselli che abitava con Bernardo Valli e Lino Rizzi. I racconti di quei tempi, nelle cene veneziane, assumevano spesso un contorno mitologico, tra l'impresa e la zingarata, condite sempre dall'ironia (e dall'autoironia), che era la caratteristica più spiccata, insieme alla sua evidente (ma mai eccessiva o esibita) eleganza, di questo giornalista che amava la vita. E, meglio di molti altri, sapeva raccontarne le pieghe, i paradossi, gli scherzi e gli screzi.

Dopo «La Notte», tra gli altri, lavorò a «Sorrisi e canzoni», di cui fu anche vicedirettore, poi a «Il Giorno», dove conobbe il critico cinematografico Silvio Danese, che gli è stato amico tutta la vita. E poi i pezzi – raccolti nel libro «Dobbiamo uccidere il chiaro di luna» - scritti per Inarcassa, la rivista della Cassa di previdenza di ingegneri e architetti, a cui Corrado regalò ritratti meravigliosi, da Mauro Bolognini, costretto a rivelare la ricetta del suo brasato alla Coca Cola a Bruno Zevi, da Franco Maria Ricci che gli confessò di non amare troppo l'opera («non accetto di stare seduto 4-5 ore senza poter fare niente...») a Carlo Lizzani. Di ognuno tirava fuori qualcosa di nuovo, di inedito: uno spessore invisibile, una carta rimasta nella manica.

Forse anche per questo gli volevano bene tutti a Corrado: c'è da capirli. Flaiano (genio dalla battuta sempre pronta di cui però conosceva le tristezze e le malinconie) passeggiava con lui sulla spiaggia di Fregene, con Attilio Bertolucci rievocava la Parma di una volta, Dino Risi, di quando in quando, gli chiedeva di accompagnarlo a mangiare un risotto. Aleggia anche una leggenda, che non mi stupirei fosse vera: quella che dice che, con intuizione geniale, fosse stato lui a dare il famoso soprannome «casco d'oro» a Caterina Caselli, appellativo che derivava dal film interpretato da Simone Signoret.

Magnifico conversatore, cultore del bel vivere, tornava a Parma di tanto in tanto: da Milano, ormai da molti anni, si era trasferito a Roma, la città che lo aveva adottato e dove aveva vissuto con la moglie Luciana. Fu amico di lunga data anche di Arrigo Cipriani («l'unico uomo che si chiama come un bar»): alcune dichiarazioni non benevole su Pavarotti da parte del patron dell'Harry's Bar rischiarono di mettere nei guai anche Corradi, che le aveva raccolte e pubblicate. La Cassazione però fu di altro avviso: e respinse la richiesta di danni del tenore. Corrado tirò un sospiro di sollievo e ci rise su anche quella volta: e forse adesso, lui che nelle lettere si firmava Conrad e mi spingeva a vedere sempre il lato ironico delle cose, fosse un film o vita vera, vorrebbe che lo ricordassimo così. Con un sorriso.