La storia
Enrico Bassi, 21 anni, un lavoro importante e oggi la laurea
In mezzo a tanti progetti solo “apparentemente” rivolti ai più giovani (la non tanto antica storia del “pagamento in visibilità”), fa quasi impressione la storia di uno di questi giovani che, invece, ottiene un vero e proprio lavoro a tempo indeterminato. Così è successo al ventunenne parmigiano Enrico Bassi che lo scorso 19 novembre ha vinto il concorso per diventare il primo fagotto dell'Orchestra della Svizzera Italiana.
Stamattina Bassi conclude il suo percorso di studi al Conservatorio «Arrigo Boito» con un programma incentrato sulla letteratura fagottistica del Novecento francese.
Come ti senti a concludere gli studi dopo aver già ottenuto un traguardo ben più prestigioso?
Come ti sei sentito a vincere là, in Svizzera?
«Mi ero preparato bene per il concorso Rossini (che avevo vinto il mese prima) e per questo concorso: non è solito vincere il primo concorso che si tenta e naturalmente mi ero presentato molto determinato e con le migliori speranze, ma ero anche preparato al fatto che le cose potessero non andare bene subito».
Com'è cambiata la tua vita?
«Già da febbraio vivo a Lugano e lavoro in orchestra con dei colleghi meravigliosi, tra i quali non possiamo non nominare il nostro concittadino Corrado Giuffredi, primo clarinetto. Si è aperto ora il capitolo della mia vita da professionista: terminato l'anno di prova (succederà a dicembre) avrò il mio contratto a tempo indeterminato. L'Orchestra suona tra i tre e i cinque concerti al mese: è un'orchestra da camera e quindi sono sempre impegnato, ma in questi mesi sono tornato spesso a casa, anche per vedere i mie familiari oltre che per terminate gli studi a Parma. I miei studi, comunque, proseguiranno in Svizzera con una Master di secondo livello a Zurigo».
Pur avendo ottenuto un importante posto di lavoro non finisce il tuo percorso di formazione?
«No, un musicista non smette mai di imparare. A 21 anni ho ottenuto un importante traguardo, ma questo non significa che io abbia finito di imparare».
Giulio Alessandro Bocchi