Editoriale

Bronx a scuola difendiamo l'ultima trincea

È possibile, per non dire probabile, che le autrici della violenza di gruppo (come altro chiamarla?) ai danni di una loro compagna tredicenne consumatasi nei bagni di una scuola di Parma avessero partecipato a una delle tante manifestazioni contro la violenza alle donne che spesso vedono i giovani in prima fila.
Sta di fatto che il branco, stavolta tutto al femminile, ha dapprima accerchiato e trascinato in bagno la vittima designata per poi tempestarla di insulti e di minacce subito tradotte in pratica a colpi di ginocchiate in testa. Il tutto filmato accuratamente con i telefonini e prontamente diffuso su Instagram dalle picchiatrici minorenni, presumibilmente per vantarsi dell’impresa e al tempo stesso infliggere alla loro malcapitata “nemica” una supplementare umiliazione pubblica. Il caso (ma le cronache da tutta Italia dicono che stiamo ormai parlando della regola) ha voluto che a pochi giorni di distanza un altro istituto superiore di Parma, il Bodoni, divenisse teatro di un nuovo episodio di violenza. Quest’ultimo verificatosi addirittura al cospetto della polizia chiamata in precedenza dalla dirigenza scolastica proprio per cercare di “far ragionare” (dopo averle tentate tutte intervento della psicologa dell’istituto incluso) alcuni studenti protagonisti già di reiterati comportamenti diciamo così “al limite”. Limite che due di loro, entrambi 14enni e per nulla intimiditi dalle divise in giro per l’istituto, hanno pensato bene di infrangere prendendosi allegramente a botte durante la ricreazione prima di venire divisi a fatica dagli stessi agenti presenti. E a legare fra loro i due episodi, in una sceneggiatura vista e rivista mille volte, di nuovo lui: l’onnipresente telefonino brandito dall’immancabile “cameraman” che, in men che non si dica, aveva già dato in pasto alle masse affamate della Rete l’intera scena.

A scanso di equivoci, tengo subito a precisare che quanto appena descritto non nasce a scuola, cioè “dentro” la scuola. Bensì, al di fuori di essa: nelle famiglie, per strada, nelle movide sporche e sbracate a cui ogni giorno si abbeverano fiumane di clienti poco più che bambini, nella musica (si fa sempre per dire) trap e nei suoi squallidi campioni (uno dei quali, nome d’arte Niko Pandetta autore fra l’altro della eloquente hit “Pistole nella Fendi”, è stato appena arrestato a Milano per spaccio di stupefacenti). Ed ancora fra le baby gang divenute, se non la prima, certo una delle principali forme di aggregazione giovanile (con buona pace di chi continua imperterrito a sostenere che il fenomeno sarebbe solo frutto di una allucinazione senile, spalleggiato in ciò da quell’altra illustre “influencer” ahimè di Parma secondo cui sarebbe ora di togliere il voto agli anziani!). A chiudere poi l’infernale cerchio, ecco di nuovo i social che, miscelata per bene la brodaglia, provvedono a pomparla a più non posso nelle vene dei nostri ragazzi sempre più disperatamente indifesi e soli.
La scuola e con essa i presidi, gli insegnanti e tutto il personale che fra mille difficoltà si sforzano di tenerla in qualche modo a galla, non è quindi né responsabile, né complice di questa epocale deriva. Bensì, ne è a sua volta vittima. Lo ha certificato un recente rapporto della commissione Istruzione del Senato da cui emergono le allucinanti conseguenze - psichiche e comportamentali - della schiavitù dei giovani rispetto alle tecnologie digitali. Per la prima volta infatti nella storia della Scuola italiana, i nostri studenti mostrano un quoziente intellettivo inferiore a quello delle generazioni precedenti. Ed è di nuovo la cronaca di questi giorni a confermare come la scuola di questo Paese somigli sempre più a una cittadella sotto assedio. Mi riferisco al caso del preside di Latina insultato e aggredito dai parenti di una studentessa 14enne che si era rifiutata di consegnare il proprio cellulare prima dell’inizio delle lezioni come previsto da una apposita circolare dell’istituto pienamente in linea, per altro, con le linee guida contro il cyberbullismo operanti da tempo. Al riguardo, mi limiterò a ricordare che, pure in mancanza di una legge apposita, una direttiva ministeriale (la n. 104 del 2007) vieta l’utilizzo degli smartphone in classe. Più di recente, moltissimi istituti - fra cui lo storico liceo Malpighi di Bologna - hanno rafforzato il divieto disponendo che i dispositivi vengano consegnati all’ingresso a scuola per essere ripresi solo all’uscita. Ebbene, alla più che prevedibile contrarietà iniziale è subentrata ben presto l’approvazione pressoché unanime di questo genere di provvedimenti da parte degli studenti stessi. “Perché così è più facile socializzare e comunicare sia fra noi che con gli insegnanti”, è stato il commento di molti. E poi “perché senza telefonino riusciamo anche a concentrarci e a imparare meglio” hanno rincarato altri.
Insomma, sarà anche vero che per gran parte dei nostri giovani privarsi anche per poche ore del cellulare equivale a farsi tagliare un braccio (in Spagna ha fatto scalpore la storia di due ragazzini di 12 e di 13 anni finiti a curarsi in una clinica causa “dipendenza da telefonino”). Ma è altrettanto vero che, se adeguatamente sollecitati, alla fine una risposta nella direzione giusta sono in grado di darla. E allora offriamogliela questa chance! Non elimineremo tutto il disagio e tutta la violenza che dominano oggi la nostra società. Ma, servendoci di un divieto perfino banale, contribuiremo a fermare il Bronx che sta dilagando anche a scuola. L’ultima trincea che ci resta da difendere, prima di dovere alzare - per colpe in larga parte nostre - bandiera bianca.