MALTRATTAMENTI
Calci alla compagna incinta e minacce ai responsabili del centro d'accoglienza: condannato
Era già ferita, ma l’ha braccata anche quando aveva trovato rifugio lontano da lui. L’ha raggiunta nella struttura che l’aveva accolta e ancora una volta non ha avuto pietà: nonostante portasse il figlio di poche settimane nella fascia porta-bebè sulle spalle, le ha sferrato un calcio al volto, andandosene via con il suo telefonino. Violento per mesi, anche quando lei era incinta, e poi ossessionato dall'idea di riportare a casa le sue «proprietà»: compagna e bambino che altrove stavano cominciando a riscoprire rispetto e accoglienza. Nigeriano, 32 anni, è stato arrestato lo scorso marzo, dopo aver accumulato una serie di accuse: maltrattamenti, rapina, minaccia e danneggiamento. E ora è stato condannato a 4 anni e 10 mesi, oltre al pagamento di 1.900 euro di multa, dal collegio presieduto da Paola Artusi. I giudici hanno anche riconosciuto una provvisionale immediatamente esecutiva di 5.000 euro alla parte civile.
Un uomo pieno di risentimento. Anche in attesa della sentenza, mentre i giudici erano chiusi in camera di consiglio, aveva improvvisamente cominciato a protestare con veemenza: «Voglio mangiare, non mangio da stamattina, portatemi in carcere». E pochi minuti dopo ci è rientrato, con quella condanna per tutte le accuse che gli erano state contestate.
Mesi terribili, quelli tra gennaio e marzo, per Mary (la chiameremo così). Aveva scoperto che il vero volto di quel compagno era un altro: non l'uomo forte e rassicurante che aveva sperato, ma solo un prevaricatore. Nemmeno quando aveva saputo che sarebbe diventato padre, si era placato. Pugni, schiaffi e anche calci al ventre: Mary era sempre in agguato, eppure non bastava, perché la violenza esplodeva in modo improvviso, anche dopo ore di quiete, quando lei sperava che non le avrebbe fatto del male. Illusioni, perché poi lui non aveva freni. Le aveva anche spaccato un labbro, un giorno. E se non erano calci e pugni, erano gli oggetti di casa a diventare armi da scagliarle contro.
A 26 anni, era già sull'orlo dell'abisso, Mary. Ma, forse proprio per quel figlio così piccolo, ha ritrovato la consapevolezza che pensava di avere smarrito. Ha chiesto aiuto e ha trovato risposta. Se ne è andata da quella casa con il bambino: insieme hanno trovato rifugio in una struttura d'accoglienza.
Al sicuro. Dalle umiliazioni, dalle botte. Da quella sensazione costante di paura. Ha assaporato aria nuova, Ma lui l'ha trovata, forse perché lei stessa gli aveva ingenuamente fornito delle indicazioni. Ritrovata e aggredita, ancora una volta. Quando era partito il calcio, Mary si era girata di scatto per proteggere il bambino che portava nella fascia, sulla schiena, e così era stata colpita in pieno volto. Il telefonino era caduto a terra, e lui se ne era andato urlando: «Vieni, vieni a prenderlo».
Invece, era stato lui a tornare il giorno dopo davanti alla sede dell'associazione. Aveva spaccato alcune fioriere, qualche lampada, rotto una zanzariera e gli scuri di una finestra, ma soprattutto aveva sputato una serie di minacce: «Fatemi riconoscere mio figlio: sono pericoloso, vi do tre giorni, altrimenti torno e brucio tutto». Ma è finito in carcere.