MONDIALI

Marocchini in festa: la città invasa da cori e caroselli

Dopo la vittoria ai Mondiali sul Portogallo

Fatima non si da pace: «Nessuno ha pensato di portare fumogeni e petardi. Perché chi poteva immaginare che saremmo finiti qui?». Qui, ovvero piazza Garibaldi di colpo diventata un po' Jamaa el Fna, simbolo di Marrakech. Certo, di incantatori di serpenti in via Farini non se ne trovano e l'albero di Natale non assomiglia alle palme, ma cosa importa, quando anche la nebbia sembra profumare di cous cous e persino le consonanti secche dell'arabo diventano morbide. Tanto gli sfottò per Ronaldo l'alieno in lacrime non serve tradurli: si capiscono benissimo.

Se c'era un portoghese, uno soltanto, ieri pomeriggio in giro per Parma, ha pensato bene di non farsi vedere. Perché i borghi parevano una medina e la città, di colpo, si è riempita di bandiere rosse con la stella e di gente ebbra. L'alcol, sia chiaro, non c'entra. A far girare la testa era la gioia. Un entusiasmo travolgente per i marocchini di Parma, che non hanno perso l'occasione di ritrovarsi tra case, bar e ovunque ci fosse una tv per vedere come fa un sogno a diventare realtà: «Siamo la prima squadra africana ed araba ad arrivare così in alto ai mondiali», scandiva Nabila Mhaidra, occhi scuri del Maghreb e parlata quasi parmigiana, che ha riunito le donne dell'associazione Al-Amal in un bar di via D'Azeglio. Intorno a loro decine di connazionali, ma anche marocchini «per simpatia» («sono tunisino ma tifo per loro») tutti rigorosamente avvolti nella bandiera o con i simboli del Paese portati addosso. Qualcuno anche dipinto sul volto.

Sono stati 90 minuti di canti, inni e batticuore («se finiamo ai rigori non reggo», continuava a mormorare Natifa) esplosi alla fine in un grido partito da Casablanca e arrivato in Oltretorrente e proseguito con i cori tra via Mazzini e la Piazza. Sono scene dalle nostre parti già viste, è ovvio, ma per loro, per i marocchini «del sasso», è stata una festa mobile, di quelle che si vorrebbe non finissero più («ora devo tornare al lavoro: ma come si fa a smettere di cantare?» si chiedeva incredula Insaf). E allora via ancora con l'inno da gridare in cerchio, mentre la gente in giro per regali si fermava per scattare foto, postare un video, concedersi un sorriso. Tanto che pure qualche nostrano si è trovato a gridare «Forza Marocco» dal finestrino.

Magie del pallone, che per una volta ha unito invece di separare, potenza di quel gioco strano che si chiama Mondiali, dove qualcuno piange ma e tanti gioiscono. «È un giorno straordinario, ma avrebbe dovuto esserci anche l'Italia. Allora sarebbe stato perfetto».

Luca Pelagatti