Reportage
Ucraina, il gemellaggio della luce
Zàhony (frontiera Ungheria-Ucraina)
La preside ha annunciato il proprio arrivo da ore, da quando ha raggiunto il confine. E da ore dura il dubbio tra chi l'attende a Zàhony: riusciranno, i quattro generatori donati dall'Ulivi e dal Seirs, a trovare posto sulla Mitsubishi con la quale Ganna Pasichna ha deciso di venire a ritirarli accompagnata da uno dei genitori dei mille studenti della sua scuola (dai 6 ai 17 anni, in 34 classi suddivise in turni al mattino e al pomeriggio)? «Certo che sì» le è stato risposto. In tempi così orribili solo a pochi chilometri da qui l'ottimismo è a sua volta bene di prima necessità. Ma nessuno può essere davvero certo di quanto appena assicurato, mentre l’attesa si consuma davanti alla stazione. L'appuntamento è qui.
Cibo e succhi di frutta, materiale sanitario e indumenti donati da Parma sono già stati trasbordati sul furgone guidato da Julia Kapral, figlia della fondatrice dell’associazione Kraplia Dobra (Una goccia di bene). La madre Uliana si collegherà più tardi in videochiamata, per ringraziare: indossa la divisa da cadetto di Artiglieria, volontaria in mimetica, questa volta, dopo esserlo stata dall’inizio della guerra per la distribuzione oltre frontiera degli aiuti parmigiani. Restano i quattro gruppi elettrogeni, appunto, quelli del «gemellaggio della luce» tra l’Ulivi e il Lyceum di Kolomyia, nell’oblast di Ivano Frankinvsk. A ritirarli saranno i diretti destinatari.
Giornata uggiosa, e almeno le nubi dissetassero a dovere questa parte d’Europa prosciugata come la nostra. E invece piove umidità dritta sulle ossa dei volontari, per come si sente freddo nonostante gli 11 gradi segnati dal termometro. Tutto è cambiato in stazione. I treni da Chop arrivano ancora, con donne e con bambini e bagagli al seguito: 60 in media ogni giorno transitano da questo confine (i più in auto). Ma cartelli con le spiegazioni non se ne vedono più: ormai è come se tutti sapessero quali passi fare. Sui binari ad attenderli non ci sono più ragazzi in pettorina con panini e dolci e peluche per i più piccoli, pronti ad aiutarle a portare i trolley grandi come armadi ma sempre troppo piccoli per infilarci la vita. Niente più infermeria di primo soccorso all’interno, anche gli zingari sono quasi spariti.
Il sindaco in prima linea
All’esterno, la tenda del Cesvi allestita nei primissimi giorni dell’emergenza, ha lasciato il posto a un prefabbricato bianco dell’Onu. Che sia semivuoto conforta. Le sue grandi dimensioni invece preoccupano: fanno dubitare che il peggio sia davvero passato. Meglio farsi trovare pronti, in caso di nuove ondate di profughi, deve aver pensato qualcuno. «Negli ultimi tempi abbiamo accolto molti bambini che si sono ricongiunti con i loro padri» spiega Làszlò Helmeczi, il sindaco: quasi impossibile vederlo seduto a una scrivania, molto più facile trovarlo qui, in quella che da un anno è la sua prima linea. Il cuore che ci ha messo fin da subito, senza mai risparmiarsi, rischia di rimettercelo: dovrà farsi operare alla valvola mitrale. Pallido, dispensa i sorrisi di sempre e accoglie Luigi Iannaccone e gli altri volontari del Seirs con l’abbraccio destinato agli amici di vecchia data. «Merito dei miei concittadini, se siamo riusciti in qualche modo ad affrontare un anno di emergenza umanitaria» si schermisce. Merito suo essere d’esempio, viene da pensare, mentre si stacca dal gruppetto per aiutare una donna alle prese con le scale della stazione con un bagaglio di troppo.
I bambini ritrovano i padri
I bambini vengono dalle zone meno martoriate dell’Ucraina: il genitore in età da kalashnikov è fuggito non appena cominciata l’offensiva di Putin, quando ancora poteva varcare la frontiera (ben presto chiusa ai maschi tra i 18 e i 60 anni). Ora che la guerra sembra non finire più, anche i figli li raggiungono, cresciuti di un anno. Nessuno parla di dialogo, di ritorno in scena di un barlume di umanità. Alla grande cartina affissa nella struttura di prima accoglienza si sono associate alle località dell’Ucraina decine e decine di post-it con il nome di chi è fuggito, lasciandoci il cuore e a volte anche di più.
Volontarie dell’Unicef fanno giocare insieme piccoli ucraini e ungheresi. Ogni volta che la porta della struttura d’accoglienza viene lasciata aperta, Sergej, profugo di Nikolayev, con calma si alza a richiuderla. Il caldo nel prefabbricato è eccessivo, ma non potrà mai curarlo del tutto del freddo patito in patria fino all’altro ieri (e per fortuna l'inverno è stato clemente). Avrà una settantina d’anni. Grandi occhi azzurri e capelli sparati ai lati della sommità calva del cranio lo fanno assomigliare a un simpatico gufo. Non ha gran voglia di raccontarsi. Preferisce chiedere dell’Italia, meta di un suo viaggio da turista 5 anni fa, tra «bella gente». Menziona Napoli, Roma, Milano, dove ha recitato una preghiera in Duomo. Chiede se il Festival di Sanremo sia finito. Da uno smartphone gli si fa partire sotto gli occhi il video della canzone vincitrice di Mengoni. «E Toto Cutugno?» chiede. Si rattrista a sentire che non c’era. Ma i grandi occhi un po’ spauriti si illuminano quando scopre che invece l'amato Gianni Morandi ha ancora cantato.
Finalmente, la preside appare. Aveva fatto in tempo ad annunciare l'arrivo che la sbarra della dogana si è calata davanti al Mitsubishi su cui viaggia. Che al volante ci sia Vasilij Yasinski, sulla quarantina, e quindi in età da soldato, non deve certo avere facilitato il passaggio. I gruppi elettrogeni producono energia già da spenti: basta la loro vista, per illuminare lo sguardo di Ganna Pasichna. Intanto, la verifica degli spazi: il generatore più grande entra nel bagagliaio della monovolume solo spogliato del cartone. Con gli altri è tutto più semplice. «Muchissimas gracias» ripete la preside, prima di aggiungere in ucraino che vorrebbe abbracciare chiunque a questo punto ha reso immune la sua scuola dai blackout. E quelli del Seirs, a portata di mano, li abbraccia. «Anche questa missione è compiuta» esclama finalmente Iannaccone. Poi, riparte: l’attesa alla frontiera le ha fatto accumulare due ore di ritardo. Vorrebbe rientrare dai suoi alla velocità della luce. E in parte è come se lo facesse.
DAL NOSTRO INVIATO Roberto Longoni