Intervista
Sebastiano Rolli sale in cattedra al Regio: «Da ragazzo ero indisciplinato ma curioso»
Mentre fa la spola tra Parma e Magdeburgo, dove sta dirigendo «L’elisir d’amore» di Donizetti, il maestro Sebastiano Rolli scende dal podio e sale in cattedra, al Teatro Regio, per fare lezione agli allievi dell’Accademia Verdiana cui si dedicherà per tutta la settimana. Insegnare gli piace, durante la permanenza in Germania ha anche tenuto una masterclass di direzione d’orchestra a sei allievi della Universität der Künste di Berlino, perché, dice ridendo, «insegnando si impara moltissimo».
Maestro Rolli che allievo è stato? Ci racconta un aneddoto?
«Indisciplinato ma curioso. Mi applicavo solo nelle materie umanistiche e in ciò che ritenevo funzionale al mio percorso. Adoravo le lezioni di Marcello Conati e ricordo con nostalgia il maestro Adolfo Tanzi. Questi professori ci insegnavano l’amore per la musica al di là del mestiere. Una volta Conati mi spiegò che il Requiem di Verdi diretto da Victor de Sabata, dopo averlo sentito da Toscanini, lo aveva convinto di meno. Io, conoscendo le incisioni discografiche, nell’irruenza dei miei diciassette anni, dissi: “sì è vero, fa schifo!”. Mi rimproverò severamente dicendomi di sciacquarmi la bocca prima di dire una cosa simile nei confronti di un direttore di tale statura!».
Gli allievi dell’Accademia hanno grandi aspettative nei suoi confronti, lei cresciuto a pane e Verdi nella terra del Maestro. Cosa cercherà di trasmettere?
«Parlerò ai ragazzi di interpretazione e cercherò di trasmettere un modo di approccio alla pagina verdiana facendogli acquisire gli strumenti per discernere tra la prassi esecutiva e la tradizione, fatta da quelle incrostazioni che ne hanno inquinato un po’ l’autenticità, per recuperare quel linguaggio che a Verdi è proprio. Mio compito è anche spiegare come si lavora con un direttore d’orchestra, capirne il linguaggio, decifrarne le richieste e vedere come tradurle in termini pratici. Cercherò di spiegare come la voce sia uno strumento e non un fine e come non esista una sola tecnica fine a se stessa ma che essa deve aiutarli a realizzare le intenzioni interpretative. Rigoletto richiede una tecnica, Jago un’altra. La voce nasce da quello che stai cantando, non puoi cantare tutto con la stessa voce e quindi con la stessa tecnica. L’obiettivo è quello di creare una nuova generazione di cantanti verdiani che sappiano interpretare il personaggio attraverso il linguaggio musicale, piegando la voce e la tecnica alle esigenze espressive. Tutto questo in Verdi parte dal Belcanto. Devono capire che Verdi non va mai urlato che, anzi, va cantato con grazia e che devono cantare tutto quello che lui ha scritto perché è essenziale all’espressione del dramma».
Un tempo la figura del direttore d’orchestra era centrale nella vita di un cantante. Perché questo vostro ruolo di riferimento si è depotenziato?
«Si è passati da una società di ascolto ad una di immagine. Oggi nei teatri si pensa che il pubblico debba vedere l’opera più che ascoltarla. Così il regista ha scalzato il direttore. In questo la critica ha dato un ulteriore colpo, recensendo molto la parte visiva e relegando in tre righe l’operato dei cantanti e del direttore. Altra causa è che, ad un certo punto, qualcuno della critica iniziò a dire, che i vari De Sabata, Capuana, Votto, Molinari Pradelli erano dei battisolfa, dei routinier, mettendo in testa ai giovani che il direttore d’opera fosse di serie b, così come il repertorio prediletto da questi direttori. Quindi meglio dirigere la Sesta di Mahler pittosto che “La sonnambula” di Bellini. Peccato che sia molto più difficile dirigere la seconda della prima. Se poi hai una grande orchestra, la sinfonia di Mahler va da sola mentre “La Sonnambula” no, neanche se hai i Berliner! Questo ruolo del direttore come guida è stato quindi sminuito ed è un errore perché quei maestri erano i filologi dell’opera, non gente che accompagnava e basta, loro creavano le voci e le carriere. Maria Callas senza Serafin non sarebbe mai stata “La” Callas».
Ilaria Notari