×
×
☰ MENU

Il caso

Vincent, scagionata la pop art delle grandi firme

Vincent, scagionata la pop art delle grandi firme

08 Maggio 2023, 03:01

«Ceci n’est pas une pipe» vergò René Magritte in calce al celeberrimo quadro. Della serie: provate un po' a fumarvi questo dipinto. Trascorso quasi un secolo, dal surrealismo si è passati all’iperrealismo iconoclastico: dal mezzo espressivo che negava il soggetto al contenuto che contraddice il marchio.

«Questo non è un Louis Vuitton» sembra sottolineare un barile da 220 litri, nonostante spicchi in ogni sua parte il monogramma della maison parigina con i quattro petali nel cerchio e nel diamante. Lo stesso vale per l’estintore con i medesimi simboli e per una tanica arancione sulla quale un'H nera ribadisce quanto già affermato dal colore. Ma il contenitore è da benzina, non certo da profumo. La didascalia potrebbe essere: «Questo non è un Hermès». Tra Magritte e Vincenzo De Cillis (in arte Vincent), autore di accostamenti di suggestivo valore estetico e di elegante irriverenza, c’è stato un tale Andy Warhol, che alla zuppa Campbell dedicava serigrafie oggi quotate milioni di dollari. Sfruttava il brand? No, se ne appropriava, così come i simboli e le icone fagocitano il quotidiano e invadono la sfera dei nostri desideri. Vincent prosegue su questo filone.

Se tra gli scopi dell’arte c'è sollecitare la discussione, lui è stato fin troppo zelante. Il suo è un caso pilota, in una realtà iconocratica, con la quale l’arte si sta sempre più confrontando (vicende analoghe di recente sono accadute a Lucca e ad Ancona). Le opere di De Cillis dopo essere state messe sotto sigillo dalla polizia giudiziaria hanno fatto dibattere eccome: nelle aule dei tribunali fino alla Cassazione. Non è la prima volta né sarà l’ultima che innovazione creativa e legge si confrontano. Il confine tra arte e non arte è soggettivo, ma qui si è dovuta stabilire la separazione tra il lecito e ciò che può costare da 6 mesi a tre anni di carcere e fino a 25mila euro di multa.

La battaglia legale

Denunciato per contraffazione di marchio e vendita di prodotti industriali con segni mendaci, il 39enne parmigiano di origini salentine è stato scagionato da ogni accusa dopo una lunga battaglia legale condotta fino alla Suprema corte dai suoi avvocati Daniele Carra e Giovanni Quaranta. Ma non è finita: chiusa la questione giudiziaria, a fine gennaio Instagram ha bloccato il suo account, sempre - da quanto risulta al diretto interessato - per le stesse ipotesi di reato. Forte del parere degli ermellini, che non hanno ravvisato nulla di illegale nella sua attività, De Cillis è tuttavia impotente su questo fronte: l’algoritmo che gestisce l’ufficio reclami del social gli dispensa picche su picche. I muri di bit fanno quasi rimpiangere quelli di gomma vecchia maniera. Instagram era la sua vetrina: ora è come se da mesi gli fosse stato chiuso il negozio.

Arrivato a Parma per studiare Giurisprudenza, Vincenzo era cresciuto tra matite, pennelli e attrezzi da scultura, figlio di un’insegnante di disegno artistico e di un professore e mercante d’arte appassionato creatore di presepi. Fin da piccolo si sentiva portato alla manualità. Vocazione tenuta in secondo piano per gli studi e poi per gli impegni lavorativi (in un ristorante e in una boutique in centro ora trasformata in bistrot d'arte) fino al lockdown del 2020, quando dare sfogo alla vena creativa si rivelò un’esigenza. Vincent si cimentò con quadretti minuscoli, riscoprendo l’amore per i fumetti, poi abbinato a quello per le icone del nostro tempo: così, avrebbe cominciato a dipingere l'adorato Paperon de' Paperoni in giacca Louis Vuitton (crepi l'avarizia). Quindi, con i marchi più prestigiosi, avrebbe creato azzardati accostamenti tra «sacro» e profano, trasformando in arte quest’ultimo. O ciò che alcuni considerano già arte, come la Vespa 50 d’epoca: lui l'ha decorata come una borsa di Vuitton, per poi esporla da Ruote da Sogno a Reggio Emilia.

Stencil e aerografo

A fine lockdown, affittato un capannone in via Lasagna, De Cillis s'era armato di aerografo a spruzzo e bombolette spray, per verniciare l'interno degli stencil realizzati con computer e stampante e incollati ai barili e ai più svariati supporti. «Sono ossessionato dalla perfezione - ammette - e con il pennello non si può lasciare le superfici lisce». Lui, che vernicia immancabilmente a mano, alla minima sbavatura scarta l'opera. Già di suo poco indulgente con sé stesso, Vincent credeva di doversi confrontare con il verdetto dei critici. E invece è dovuto sottostare a quello dei giudici, dopo che nel settembre 2021 gli erano state perquisite casa, auto e capannone/atelier oltre ai supporti informatici.

In tutto, quel giorno gli vennero sequestrati una dozzina di bidoni, oltre a tele, vassoi, estintori, skateboard... Ogni pezzo griffato Chanel, Louis Vuitton, Ferrari, Rolex, Gucci, Hermès, Lamborghini e Prada. Grandi aziende del lusso internazionale che mai l'hanno denunciato per l'uso del loro marchio e non producono nessuno degli oggetti (di modesto valore) «incriminati». Proprio su questo Carra ha incardinato il ricorso al Tribunale del riesame, ottenendo una prima vittoria (replicata poi di fronte alla Suprema corte) con relativo dissequestro, ricordando anche le opere di pop art di altri autori esposte in una galleria in centro a Parma, tra i locali in cui spesso i magistrati trascorrono la pausa pranzo.

«I reati ipotizzati dal Pubblico ministero, che avevano portato al sequestro di quanto realizzato dall’artista - specifica il legale - sono stati esclusi in modo netto, attraverso un provvedimento che rappresenta il primo caso in cui l’autorità giudiziaria penale italiana si occupa dell’uso di marchi celebri da parte di un artista. Sono soddisfatto per l’accoglimento del ricorso da parte del Tribunale, anche perché so quanto il mio assistito ha sofferto nel sentirsi ingiustamente accusato di gravi reati quali contraffazione di marchi e frode in commercio». Ne prenda atto pure Instagram. E poi la parola vada a critici e collezionisti.

Roberto Longoni

© Riproduzione riservata