IMMIGRAZIONE
Martorano, l'appello dei profughi: «Mancano vestiti e sapone, vogliamo imparare l'italiano»
Mahdi è seduto sul muretto, appena fuori dal campo, contro la recinzione velata che vorrebbe rendere invisibile il campo profughi di Martorano. Smangiucchia una biro e poi allarga il sorriso: parlare con lui è impossibile. Conosce solo il bengalese. Il traduttore di Google viene in soccorso. Lui usa l'avambraccio come se fosse un quaderno e disegna un numero con l'indice: ha 21 anni. È da poco arrivato a Parma dalla Libia, la rotta più pericolosa. Gli altri sono salpati dalla Tunisia, «lì ti trattano meglio», e poi sono sbarcati a Lampedusa.
Dalla cancellata sbucano tre giovani: un 33enne e un 21enne della Costa d'Avorio oltre a un 24enne della Nigeria. I primi due sono francofoni, il secondo si affida all'inglese: comunicare è più semplice. Parlare con un giornalista? Perché no. «A parte il mangiare e un letto per dormire, qui mancano vestiti e sapone». La lamentela è unanime. Ma anche i residenti della frazione dicono la loro: «Aspettiamo nuovi marciapiedi e un bus verso Parma».
Giornate sospese
Domenica pomeriggio, sembra estate. Dentro al campo profughi la vita è monotona. Si mangia, si dorme. Qualche bambino si arrampica sui bidoni, altri improvvisano una partita a calcio. «Qua manca tutto. Non abbiamo vestiti, manca anche il sapone», spiega Abubakar, il 33enne ivoriano. Ai piedi ha un paio di calze bucate e delle infradito. «Guarda, è da quando sono sbarcato a Lampedusa che ce le ho ai piedi».
Il suo connazionale, sguardo severo e impaziente, conferma: «Abbiamo bisogno di vestiti, vorremmo cambiarci. Manca il sapone per farsi una doccia o solo per lavarsi le mani». Lo dice senza rabbia né rassegnazione: è un dato di fatto.
Sono giovani e sembrano forti, ma nel campo non tutti stanno bene. «Ci sono un paio di ragazzi che stanno male, avrebbero bisogno di un dottore, di cure».
Lingua straniera
Ma vestiti e saponi sono solo una delle mancanze. Ce n'è anche un'altra che forse è quella che più impensierisce questi giovani. «Vogliamo imparare l'italiano, perché molti di noi vogliono restare in Italia», dice il 21enne ivoriano, che non rivela il nome ma dice di essere uno studente. «Saper parlare la vostra lingua, conoscere le parole chiave, ci può aiutare a farci capire. Ma qui è come se fossimo isolati dal mondo».
«Fuori dal mondo»
Già, il campo profughi di Martorano è «fuori dal mondo», come dicono in coro tutti e tre. In più vorrebbe essere «invisibile», come fanno notare alcuni abitanti, indicando il lungo telo verde che copre la cancellata. «Lo hanno messo per evitare che i curiosi si fermino in continuazione», rivela una donna dal passo svelto e cane al seguito.
Ai migranti la rete interessa poco. Loro badano più a uscire dall'isolamento, perché, va detto chiaro e tondo, loro non sono prigionieri e quindi possono entrare e uscire liberamente dal campo. Peccato che per arrivare a Parma servano i soldi per comprare il biglietto del bus. «Qualcuno si fa 15 chilometri a piedi all'andata e 15 al ritorno. Ma tanti usano il bus senza biglietto. È sbagliato, lo sappiamo. Vorremmo pagare, ma non abbiamo soldi. Non abbiamo niente, solo i vestiti che abbiamo addosso», confermano i tre giovani, portavoce improvvisati di un campo che resta sotto i riflettori ben prima dalla sua apertura ufficiale, avvenuta il 20 settembre, con l'arrivo di una prima ventina di migranti.
Sapere dai profughi la quantità esatta di persone nel campo è difficile. C'è chi dice 30, chi 40. Prima della sua apertura, si parlava di una capienza massima di un'ottantina di migranti.
La frazione alza la voce
A parlare sono però anche gli abitanti. E chi lo fa non protesta contro i disperati del campo, ma chiede al Comune il rispetto di promesse ormai datate. «Lo scriva - dice una coppia che passeggia davanti al campo -. Aspettiamo ancora nuovi marciapiedi e un bus diretto a Parma. Non vogliamo essere una periferia dimenticata. Ma purtroppo si ricordano di noi solo in campagna elettorale».
Pierluigi Dallapina