Cultura

Non solo Sant'Ilario: le scarpe nella storia, da Cenerentola a Van Gogh

Gloria Bianchino

La storia di Sant’Ilario è quella di un santo pellegrino che traversa, partendo da Poitiers, la Francia e poi l’Italia, ed è la storia della bontà di un calzolaio che vede le scarpe consunte del santo e gliele rifà nuove, Il santo trasforma in oro le scarpe rotte, scarpe dunque come segno del divino. Ma le scarpe, forse non ce ne rendiamo conto, hanno avuto una vita, un racconto che passa dalle tradizioni popolari più antiche alla fiaba e proprio una fiaba, quella di Pollicino ci parla di scarpe, anzi di stivali, e di miseria: i genitori portano Pollicino nel bosco coi fratelli e li abbandonano perché sono troppo poveri per mantenerli ma Pollicino, grazie ai sassolini lasciati lungo la strada, riporta i fratelli a casa e poi, ancora perduto nel bosco salva se stesso e i fratelli togliendo all’orco gli stivali delle sette leghe e conquistando il tesoro, la ricchezza.

Nella fiaba di Cenerentola dei fratelli Grimm (1812-1822) la punizione delle cattive sorellastre è terribile, l’accecamento e qui le povere ciabatte di Cenerentola diventano scarpe da ballo. Ma fin dal XVII secolo Claude Perrault, raccontando la fiaba di Cenerentola rivestita con abiti meravigliosi alla festa del principe, propone per primo, al posto delle povere ciabatte della giovane, le scarpe di cristallo che diventeranno la chiave per il lieto fine del racconto. Ed è proprio da Perrault, e non dai fratelli Grimm, che Walt Disney nel 1950 costruirà il cartone animato che narra la fiaba nella sua versione più diffusa.

Ma la radice medievale, già presente nella tradizione letteraria del racconto di fiaba, torna negli anni collegandosi al romanzo francese sopra tutto quello di Honoré de Balzac, di Victor Hugo e, nella seconda parte del secolo, quello realista di Emile Zola. Qui le descrizioni analitiche degli abbigliamenti e spesso proprio delle scarpe servono a connotare le diverse classi sociali.

Restando al mondo dell’arte Van Gogh, nel segno del nuovo sguardo degli scrittori realisti, dipinge le consunte scarpe dei minatori del Borinage in due importanti quadri del 1885 e del 1887, per suggerire una nuova, partecipe, anche religiosa attenzione al mondo povero dei minatori. Molto prima, nel 1849, Gustave Courbet, nel dipinto “Gli spaccapietre”, dipinge le scarpe slabbrate e uno stivale abbandonato dei due lavoratori.

Il racconto delle scarpe come simbolo attraversa anche la storia della fotografia ed è della statunitense Dorothea Lange la foto dei piedi gonfi e delle scarpe bucate dei poveri contadini rovinati al tempo della roosveltiana Farm Security Administration. Negli stessi anni le scarpe assumono nuovo significato grazie alla psicoanalisi freudiana ed ecco le scarpe–piede di Magritte, le scarpe-cappello di Elsa Schiaparelli (1937), le scarpe-scultura di André Perugia ma anche le scarpe di Jim Dine con sotto la scritta “Shoe”, appunto - scarpa -, che si ribalta il senso della immagine magrittiana della pipa con sotto la scritta “Questa non è la pipa”. E poi ecco il profilo delle suole fissate su “La base del mondo” di Piero Manzoni (1961) e ancora la foto dal titolo “la terra vista dalle orme” . tracce di scarponi nella neve di Mario Cresci e le scarpette verdi scavate come un magma colante di Oldenburg.

Ma dagli anni ’60 le scarpe hanno assunto un forte significato politico: comincia Nikita Kruscev che proprio nel 1960, durante la assemblea delle Nazioni Unite a New York, si leva una scarpa e la batte sul banco per dare un forte impatto, anche sonoro alla propria protesta. E il 14 dicembre 2008 un giornalista iracheno tira una scarpa al Presidente George W Bush. Le scarpe negli ultimi anni sono diventate durissime immagini di denunzia ed ecco le scarpe dei soldati morti in Iraq distese nel prato verde del National Mall di Washington o quelle appese a fili a Budapest dopo la rivolta, o quelle, le “Scarpette rosse”, ideate da una artista messicana, Elina Chauvet nel 2009 per ricordare i diritti delle donne e denunciare i femminicidi, poi ripresa in decine di manifestazioni in tutto il mondo.

I dolci biscotti, le scarpe di Sant’Ilario, evocazione della povertà ma anche della Grazia, del miracolo, sono diventati altro, sono segno di protesta, rifiuto, ma resta qualcosa di quelle prime narrazioni, resta qualcosa del miracolo di Sant’Ilario: la consapevolezza che le antiche scarpe, o quelle moderne, veicolano significati complessi, e sono oggi ancora un segno forte, un premio della virtù e una protesta contro le oppressioni, le violenze di classe, le violenze di genere. Servono oggi miracoli perché le battaglie delle donne siano vinte. Del resto proprio Sant’Ilario aveva trasformato in oro le scarpe rotte lasciate al calzolaio.