EDITORIALE
La trappola diplomatica di Gaza
La guerra di Gaza si sta rivelando, oltre che un’immane tragedia per la popolazione civile con oltre 25 mila morti, una trappola dal punto di vista diplomatico. E questo rende difficile il raggiungimento se non della pace, di una pausa sufficientemente prolungata nei combattimenti. La ragione è evidente: le parti in gioco sono diverse, alcune in posizione contrapposta frontale (Israele e Hamas); altre (Stati Uniti ed Iran) sono in posizione collaterale, ma alleate con le parti in guerra; altre (Arabia Saudita, il Qatar ed Egitto) sono sullo sfondo, che vogliono la pace, nella tutela dei propri (legittimi) interessi.
Nel mondo l’opinione pubblica pretende la pace per ragioni umanitarie, per salvaguardare gli interessi economici globali, in una fase molto delicata del ciclo economico mondiale, in uscita (parziale) dall’inflazione, ma senza una ripresa economica consolidata. Se i tassi d’interesse non scendono, i loro peso sul debito dei paesi più fragili potrebbero avere un impatto devastante sulle economie locali.La Cina resta fedele ad una posizione ambigua: da un lato si schiera a favore del popolo palestinese (per la sua rete di alleanze antiamericane); dall’altro teme che il prolungamento della guerra vada a danneggiare il suo progetto della Via della Seta, in un momento in cui anche la propria situazione interna associata alla crisi del settore delle costruzioni rende il periodo problematico.
Netanyahu è in una posizione di enorme difficoltà, perché è assediato da tre parti. Lo è sul piano politico, perché l’opposizione (temporaneamente silenziosa, partecipando al governo di unità nazionale per l’emergenza della guerra) non intende mollare sulle questioni pregresse l’attacco di Hamas, a partire dallo scontro con la magistratura. Netanyahu è poi assediato dalle famiglie degli ostaggi che vogliono la pace nella speranza di salvare gli ostaggi, e, sull’altro fronte, dalla destra israeliana (a partire dai coloni) che pretende una vittoria a tutto campo su Hamas, come segno ineludibile di giusta vendetta. La realtà è che Israele non può vincere con Hamas, se non rischiando di fronteggiare perdite enormi. Così da alcune settimane l’esercito procede in modo strisciante, senza trascurare l’impatto negativo sull’economia per tanta forza lavoro al fronte. Questo lascia supporre -per fortuna- che, sul fronte nord, Israele non voglia forzare per una guerra con gli Hezbollah, attaccando in Libano. Ma alla fine Netanyahu dovrà lasciare l’incarico di primo ministro, per consentire al proprio paese di avviarsi a nuove elezioni.
Hamas è in posizione di difesa; da sola non può far nulla senza il sostegno dell’Iran. Per ora si è limitata a rinviare al consenso nazionale l’accettazione di uno stato palestinese, ma confermando che il Sionismo è il suo nemico (senza precisare se il Sionismo coincida con Israele). Hamas vuole una tregua che non appaia come una sconfitta, per questo nella trattativa per il rilascio degli ostaggi alza sempre il prezzo dei prigionieri di cui chiede il rilascio. Il suo timore è che i suoi capi (sopravvissuti alla guerra) finiscano esiliati a Beirut come Arafat nel 1982, in una posizione di emarginazione.
Poi ci sono gli Stati Uniti e l’Iran. Nessuno dei due vuole la guerra. Perché l’Iran rischierebbe l’autodistruzione, e Biden la non rielezione a presidente il prossimo novembre se dovesse riportare in America soldati caduti in Medio Oriente. Questo ha portato Biden ad assumere posizioni dure nei confronti di Netanyahu in merito alla soluzione dei due stati, aggiungeremmo “senza esagerare”, perché in casa propria il centro dei Repubblicani (possibili elettori per Biden in funzione anti-Trump) sostiene da sempre Israele.
Gli altri due grandi paesi dell’area, Arabia Saudita (ed il Qatar) ed Egitto, sostengono fortemente la pace, impegnandosi direttamente nel lavoro di mediazione. L’Egitto, con gli attacchi da parte degli Houthi al traffico commerciale del Mar Rosso, sta perdendo la metà dei propri incassi in valuta forte, per la riduzione dei passaggi dal Canale di Suez. L’Egitto ha governato Gaza dal 1948 al 1967, e non vuole ritrovarsi con un’ondata di profughi palestinesi, cacciati da Gaza.
L’Arabia Saudita è anch’essa in serie difficoltà. Primo, perché vede rinviata a data da destinarsi la normalizzazione dei propri rapporti con Israele, fortemente voluta da entrambi i paesi, e probabilmente causa originaria dell’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso. Secondo, la guerra espone l’Arabia Saudita ad un confronto diretto con l’Iran per la futura leadership dell’area del Medio Oriente. Non solo, ma l’insorgente guerriglia nel Mar Rosso da parte degli Houthi filoiraniani, nemici storici dell’Arabia Saudita, aggiunge un ulteriore problema. Terzo, ma non ultimo, l’Arabia Saudita è ricchissima, ma con la nuova leadership di bin Salman Al Sa’ud si è impegnata in un grandioso piano d’investimenti, che ovviamente assorbe un’altrettanta quantità di risorse, che comunque non sono illimitate. Quindi la sua storica disponibilità a compensare con propri soldi l’eventuale insoddisfazione dei partecipanti al tavolo delle trattative, si va progressivamente assottigliando.
La diplomazia è in trappola, perché i protagonisti hanno un interesse personale (Netanyahu che non vuole mollare la presidenza del consiglio, i leader di Hamas che non vogliono scomparire, Biden che pensa alla sua rielezione), che precede l’interesse collettivo, ovvero la pace e la salvaguardia della popolazione civile di Gaza. Non resta che auspicare una voce sempre più forte e chiara dell’opinione pubblica mondiale.