La pronipote Laura

«Ximenes, artista da non dimenticare»: parla la pronipote Laura

Emanuele Marazzini

È sempre un valore aggiunto poter ammirare un elegante manufatto assieme ad una persona che condivide, per affetto e legami di sangue, gli intenti dell’artista. Laura Ximenes - ex funzionaria del Ministero dei Beni e le Attività culturali e pronipote dello scultore e pittore Ettore Ximenes (1855-1926) - ne è un virtuoso esempio: dialogare con lei davanti al modello ligneo del monumento a Giuseppe Verdi (esposto fino ai giorni scorsi nella mostra sul Tardini e realizzato negli anni ‘80 dall’intagliatore Albertelli) ci ha permesso di cogliere la rilevanza di un’opera - ora purtroppo mutila - che nel micro riesce persino a superare il macro di piazza della Pace.

Dottoressa Ximenes, c’è un luogo che associa immediatamente al suo prozio?
Il Villino Ximenes - tra i primi esempi di Liberty a Roma - dove visse fino alla morte; era frequentato da personalità del calibro di D’Annunzio, Puccini e Mascagni. Lo studio di Ettore, dotato di uno splendido lucernario, occupava in altezza, dal pianoterra al tetto, gran parte dell’ambiente: così poteva lavorare alle sue opere, di grandi dimensioni. Alla sua scomparsa e in assenza di eredi diretti, la palazzina venne venduta e ora accoglie uno studentato universitario.

E il suo contenuto che fine ha fatto?
La maggior parte delle opere è stata donata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a quella del Comune di Roma e alcune si trovano nei depositi del Vittoriano. Qualche arredo originale e dei quadri trovarono invece sistemazione in una grande casa nel quartiere Parioli. Quando da bambina ne varcavo la soglia, mi sembrava di entrare in un mondo fatato: vagavo per queste stanze e mi colpiva tutto ciò che vedevo. Ma soprattutto una mano.

Una mano?
Sì, un calco in gesso della mano di Ximenes. Un oggetto un po’ macabro che, sebbene mia madre si fosse premurata di nascondere in un cassetto, colpì per sempre la mia immaginazione. Un ricordo deliziosamente gotico che dimostra quanto in famiglia la memoria di Ettore non sia mai tramontata. Anche mio padre parlava di quanto Ettore fosse amato e rispettato anche dopo la morte. Era aperto di vedute: basti pensare alle sue commissioni estere (in Sudamerica, Stati Uniti, Russia) e al fatto che non approvò mai il fascismo. Questo contribuì all’oblio del suo nome: la vedova fu costretta a finanziare a proprie spese un volume celebrativo del marito perché il governo non aveva fornito alcun appoggio.

Lei ha lavorato al Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Ettore Ximenes l’ha guidata lì, lo ammetta…
Alle superiori avrei voluto fare il liceo artistico e poi, all’università, ho studiato Scienze Politiche. Quando sono arrivata al Ministero ho capito che nulla accade per caso.

E ora eccola a Parma.
Ho fatto una toccata e fuga in giornata da Roma per vedere il modello. Ci tenevo perché è come se una parte della mia famiglia vivesse qui.

Il monumento di Ximenes a Verdi come lo legge?
Non è un caso che sia stato realizzato qui: si voleva esaltare l’importanza di Verdi a Parma. La sua eredità doveva rimanere in questa città. Idem per il modello in legno: spero venga valorizzato e non resti indisponibile dopo la mostra, essendo di un privato. In fondo aiuta più di una vecchia fotografia a mantenere il ricordo di qualcosa che ha un enorme valore.

Lei che legame sente col Maestro?
Ho ereditato la passione per la musica da mia madre che era stata soprano: quando eravamo piccoli non ci raccontava le fiabe, ma i libretti delle opere liriche. E intonava molte arie, tra cui quelle dell’Aida, uno dei miei melodrammi preferiti.

Emanuele Marazzini