Villanova d'Arda
L'appello dei «Club dei 27»: «Salvare Villa Verdi»
Busseto Nessuna novità per Villa Verdi. L'antica dimora del Maestro di Busseto è ancora chiusa e, soprattutto, abbandonata a sé stessa da quasi due anni.
Negli ultimi mesi la recinzione del giardino ha ceduto, molti sono gli alberi e rami caduti. Nessuno è intervenuto e il degrado è lì, sotto gli occhi di tutti.
A intervenire, oggi è il noto gruppo di appassionati verdiani «Club dei 27».
«Come Club dei 27 seguiamo da tempo, con grande attenzione, ma anche con giustificata apprensione, la vicenda che coinvolge la villa di Giuseppe Verdi a Sant’Agata di Villanova sull’Arda. La villa è infatti da anni notoriamente al centro di una complessa procedura amministrativa-giudiziaria (nel cui merito non possiamo entrare), che, se da un lato deve rispettare la sue regole e i suoi (mai sufficientemente brevi) tempi, dall’altro lato rischia di esporre un luogo privilegiato dell’esperienza umana e artistica del Maestro Verdi, non soltanto a un progressivo deterioramento delle condizioni fisiche di conservazione del parco, della villa e dei suoi arredi, che ne ha causato, da ultimo, la chiusura al pubblico, ma anche a un correlato depauperamento del suo alto valore immateriale, che appartiene alla comunità intera, non a qualcuno in particolare».
«Una cosa - continuano gli appassionati verdiani -, come ci insegnano pensatori illustri, non è talvolta solo un bene materiale, misurabile in termini di utilità o di valore economico, alla stregua del quale viene inevitabilmente ridotto nelle procedure burocratiche, ma è un elemento in cui l’essere della persona si manifesta, in termini di ricordo e di sedimentazione dell’esperienza; e i luoghi, in particolare, sono finestre di accesso a una verità profonda che riguarda l’esistenza di chi in essi e con essi ha percorso un tratto di vita».
«Di questa complessità è espressione esemplare proprio la casa del Maestro in Sant’Agata, che egli considerava il suo rifugio privato, un luogo di pace e di introspezione lontano dalle luci della ribalta e dai clamori della vita pubblica. Di essa, in una sua lettera, egli scrisse infatti che “…questa profonda quiete mi è sempre più cara. E’ impossibile… ch’io trovi per me ove vivere con maggiore libertà…”. Villa Verdi, peraltro, non era per il Maestro solo un ambiente privilegiato per l’espressione del suo genio, ma anche il luogo scelto per vivere la sua intensa passione per quella terra che non tradisce mai e persino il luogo di richiami suggestivi, in cui Giuseppina, stando a quel che si racconta, amava coltivare le medesime magnolie che nel suo giardino milanese aveva piantato Alessandro Manzoni, verso cui il Maestro nutriva una sconfinata ammirazione e che ispirò infine una delle sue più alte creazioni artistiche».
«È perciò purtroppo doveroso, in un contesto in cui l’affievolirsi della memoria è in agguato dietro l’aridità delle procedure tecniche e degli interessi economici, affermare con forza che un luogo come villa Verdi non può essere trattato alla stregua di un qualsiasi immobile, ancorché di grande valore commerciale, ma che esso è prima di tutto un luogo dell’anima, che va tenuto vivo, sia nel suo corpo, sia nello spirito che in esso si riflette e che ad esso è indissolubilmente legato. Se tale bene appassisse, come temiamo stia avvenendo, appassirebbe, con esso, una parte di noi e della comunità intera».
«Non possiamo quindi che fare nostra, rivolgendola per primi a noi stessi, ma poi a tutti coloro che possono dare un concreto contributo, la disposizione esortativa e al tempo stesso imperativa che il Maestro scrisse nel suo testamento, pochi mesi prima della morte: “…faccio obbligo… di conservare il giardino, la mia casa in Sant’Agata nello stato in cui ora si trova, pregandola di voler mantenere nello stato attuale tutti i prati che attorniano il giardino. Tale obbligo viene fatto anche ai suoi eredi od aventi causa…”. Tale prescrizione, segno tangibile dell’amore che il Maestro aveva per quel suo luogo, deve alimentare l’auspicio che, nelle more delle procedure in corso, venga compiuto ogni sforzo affinché ne sia conservata l’integrità materiale, ma anche la speranza che siano collateralmente assunte iniziative di ogni genere, comunque volte a preservarne il valore immateriale, perché ciò è un dovere per tutti. Se questo non avvenisse, e dunque se il trascorrere del tempo potesse attuare in silenzio il suo effetto corrosivo, sarebbe davvero, per riprendere le lapidarie parole di Don Carlo di Vargas ne La forza del destino, una “…tremenda cosa…”. Da parte nostra, non mancheremo di fare tutto ciò che potremo perché ciò non avvenga, sperando di essere una voce in un grande coro».
r.c.