La storia

Quando Parma salvò l'Oro di Taranto

È il 22 dicembre del 1944. In motocarrozzetta arriva alle porte di Parma l'Ispettore centrale del Ministero dell'Educazione della Repubblica Sociale Italiana. È l'archeologo Renato Bertoccini. Davanti a ponte Dattaro lo aspettano l'allora soprintendente di Parma Armando Ottaviano Quintavalle e il direttore del museo archeologico della nostra città Giorgio Monaco. Bertoccini ha in mano una lettera del Ministero che chiede «nell'eventualità di eventi bellici che potrebbero interessare la regione di Parma» di ritirare due preziose cassette di sicurezza. Sono custodite nel caveau sotterraneo della Banca Commerciale Italiana di via Langhirano, proprio a due passi da ponte Dattaro.

All'interno di quelle due scatole, dal 2 febbraio del 1943, sono custoditi gli «ori di Taranto». Sono 200 gioielli di epoca ellenistica e romana scoperti in una tomba a Canosa di Puglia nel 1928, uno dei ritrovamenti archeologici più importanti e più preziosi del mondo. Quei monili, dal valore inestimabile, sono a Parma perché la Puglia è ormai sotto costante bombardamento alleato, come era già successo l'11 novembre del '40 quando gran parte di Taranto fu praticamente rasa al suolo durante un'incursione aerea.

Nei sotterranei di villa Ombrosa, così si chiamava anticamente la sede della banca, i gioielli riposano così indisturbati fra banconote, assegni e cambiali anche se, nel frattempo, l'Italia si è divisa a metà. Mussolini ha fondato la repubblica di Salò e alcuni gerarchi fascisti sono tornati ad interessarsi di quel tesoro, anche se inizialmente il loro nascondiglio è noto solo nell'Italia liberata, grazie ad un documento del Vaticano. Un segreto che dura però pochi mesi e filtra anche ai vertici dell'Rsi.

Così quel venerdì di 80 anni fa, Renato Bertoccini si presenta dal direttore della banca di via Langhirano, pronto a mettere le mani sui monili, ufficialmente, dice, «per portarli in un posto sicuro». Non ci riuscirà.

Giuseppe Allegri, direttore della banca parmigiana ed il suo vice Ernesto Rigoli resistono. Sanno bene che molti tesori dell'arte italiana hanno già preso la strada della Germania e il loro timore, fondato, è che possa succedere anche agli «ori di Taranto». Così, in una manciata di secondi, si inventano un abile stratagemma burocratico, un pretesto per non consegnare le cassette, prendendosi un rischio non indifferente visto chi hanno di fronte. «Ci spiace, ma il deposito è stato effettuato a nome Cianfarani (l'ex direttore del museo di Taranto) – avrebbero più o meno detto ad un allibito Bertoccini – Quindi solo a lui possiamo riconsegnarlo». Il gerarca insiste, rimostra le carte del ministero. I due dirigenti, per prendere ulteriore tempo, gli rispondono che proprio non sono autorizzati ma che informeranno la direzione centrale di Milano. «Sarà lei a decidere». Bertoccini deve andare via a mani vuote ma minaccia: «Tornerò a Parma il 10 gennaio».

La sorte degli «ori di Taranto» diventa a quel punto un caso di Stato, ma resta impantanata in un mare di carte bollate. La Banca commerciale italiana infatti segue l'esempio dei due dirigenti parmigiani e non molla, ribadendo che nessuno può ritirare quegli oggetti se non colui che li aveva depositati. Dirigenti e ministri della Rsi provano a ribattere colpo su colpo fino al 10 febbraio del 1945 quando, in una lettera, ne ordinano «la consegna immediata» con tanto di notifica all'ufficiale giudiziario del Tribunale di Milano. I massimi dirigenti milanesi della Commerciale resistono ancora, sanno che la guerra sta per finire e che serve ancora poco tempo per salvare il tesoro. Invece di dire sì alla richiesta, ordinano ai dirigenti di Parma: «Tergiversate con il miglior tatto». Le settimane passano, la lista delle lettere inviate dall'una e dall'altra parte si accumulano sino a venerdì 20 aprile 1945 quando, nell'ultima missiva, Renato Bertoccini, minaccioso, annuncia che si presenterà «mercoledì o giovedì della settimana prossima» per impossessarsi una volta per tutte delle cassette.

Non ne avrà il tempo: cinque giorni dopo Milano insorge, finisce la guerra e crolla la Repubblica sociale italiana.

Le cassette con gli «ori di Taranto» sono alla fine rimaste al sicuro in città e il 3 maggio la filiale di Parma informa quella di Taranto del prezioso deposito (nella lettera, ironicamente, si accenna che «nessuno si è presentato per tentarne il ritiro»). I gioielli ritorneranno infine al museo della città pugliese, «salvi e intattissimi», come si legge nella missiva che accompagna il loro definitivo trasferimento a Taranto. Torna così a splendere un tesoro simbolo dell'Italia che forse pochi conoscono, ma che continua a stupire per la sua bellezza tanto che negli anni Ottanta venne esposto con enorme successo di pubblico in una mostra itinerante tenutasi a Parigi, Amburgo e Tokyo per poi andare all'Expo di Shanghai nel 2010.

Tutto questo grazie a due coraggiosi dirigenti parmigiani, Giuseppe Allegri e Ernesto Rigoli, che dissero, a loro modo, un deciso, ripetuto e geniale «No» al fascismo.