Missione Somaliland
Medici parmigiani nel Paese che non c'è
In principio era il Bangladesh, poi vennero il Ruanda e infine il Somaliland. Diverse longitudini, abitudini e culture, identici bisogni. Paesi poveri (in via di sviluppo, si diceva un tempo, e magari così è, ma se il Pil cresce ad accorgersene finora sono pochi), ricchi semmai di bocche da sfamare e di bambini che, figli della malnutrizione e dell’impossibilità di diagnosi prenatali, nascono con malformazioni congenite. È a loro che «Operare per» si dedica. Un volo dopo l’altro, migliaia dopo migliaia di visite e operazioni, ne ha fatta di strada la onlus fondata nel 1991 da Carmine Del Rossi, che per raggiungere la prima «sala operatoria» nel golfo del Bengala doveva farsi accompagnare da battitori che allontanassero i cobra nell’erba alta. L’équipe guidata dall’ex direttore della Chirurgia pediatrica dell’ospedale Maggiore oggi conta un centinaio di volontari, parmigiani ma non solo. A ogni nuova chiamata partono chirurghi, anestesisti e infermieri. Al loro rientro, riportano con sé il sorriso di decine di bambini che grazie alle loro cure sono nati una seconda volta. Basta e avanza per ripagare delle vacanze barattate con giornate interminabili (dalle 8 alle 20) in sala operatoria e vita spartana. Ruanda e Bangladesh c’erano e ci sono ancora: basti dire che a fine gennaio partirà la prossima missione per il Santa Maria Sick Hospital di Khulna, storico avamposto medico di Operare per nel Paese delle maree.
Speranza e oltre
In Somaliland, invece, siamo agli inizi. Ma si è partiti con il piede giusto. Se non fosse per il nome, che richiama subito alla mente l’ex colonia italiana, nemmeno si saprebbe dov’è, questo lembo di terra che divide l’Etiopia dal mare. Esiste come dato di fatto, autoproclamato stato indipendente dal 1991: ma l’atlante della comunità internazionale non lo indica. Dettagli. La sofferenza disegna proprie geografie, e sono soprattutto sue le mappe seguite da Operare per.
Tutto cominciò con Speranza, figlia di quella terra, alla quale con una serie di interventi all’Ospedale dei bambini a Parma venne ricostruito l’apparato urogenitale devastato da violenze ripetute da quando aveva quattro anni. Lo scorso anno, per ringraziare lo staff di Chirurgia pediatrica che da un lustro impegna cuore e professionalità per la bimba, il console italiano nel Somaliland invitò in Africa l’allora primario Emilio Casolari e Laura Lombardi. Il modo di dire «prego» di questi ultimi avrebbe generato altri ringraziamenti. «Nel corso della visita – racconta la chirurga del Maggiore – ad Hargheisa, tra la costa e l’Etiopia individuammo il Mas Hospital, un piccolo ospedale pediatrico costruito dal niente dalla ong italiana Med Across, che si occupa di logistica, con piccole cliniche mobili nei luoghi più dimenticati del terzo mondo».
Due le sale operatorie, zero i chirurghi. L’idea della collaborazione tra Operare per e Med Across sarebbe nata spontanea. Un’alleanza rafforzata dopo la «prova del bisturi». La prima missione ha visto impegnati come il più delle volte otto volontari. Tre chirurghi: Laura Lombardi ed Elisa Negri, di Parma, e Alberto Ratta (di Rimini); due anestesisti: Luciano Bortone (Parma) e Gianluca Bortignon (Verona) e tre infermiere: Angela Scalogna, Patricia Escobar e Simona Fontechiari, tutte del Maggiore.
Jogging senza velo
Non proprio un luogo semplice, il Somaliland. Nemmeno per ciò che da noi sembra più scontato. A Laura Lombardi, intenzionata ad allenarsi come sempre prima del lavoro, era stato consigliato di evitare di correre o al massimo di farlo sorvegliata dalla guardia armata davanti all'albergo. «Io l'ho fatto sotto il suo sguardo esterrefatto le prime volte - sorride lei - ma senza indossare il velo d'ordinanza, inseguita dai cani randagi. Sempre meglio del Bangladesh, dove mi sono ridotta a correre sul terrazzo».
La speranza è di correre anche nella formazione di personale locale, obiettivo ultimo di Operare per. «Ad affiancarci – sottolinea la dottoressa – c’erano giovani del posto molto desiderosi di imparare». Intanto, si è cominciato a curare trenta bambini, con interventi complessi, alcuni dei quali durati un giorno intero. «Abbiamo anche operato la prima estrofia vescicale nel Paese, su un bimbo di dieci anni». Tra i piccoli pazienti, anche una vittima dell'orrore umano come Speranza. «Una bimba di 8 anni portata per una “malformazione” urogenitale che però era tutt'altro che genetica, quanto d’origine postraumatica: l’abbiamo curata e abbiamo segnalato il caso, trovandoci di fronte un muro». Solo un breve stacco, durante i dieci giorni di missione, con una visita a Las Geel e alle sue pitture rupestri. «Ovviamente – sorride la chirurga – con foratura del nostro pulmino, mentre un temporale sempre più vicino minacciava inondazioni improvvise».
Mitra, pazienti e passione
Ratta (che al suo attivo ha anche una missione in Bangladesh e tre in Ruanda) ricorda piuttosto il pulmino dai vetri oscurati con il quale ogni giorno si raggiungeva l’ospedale. «I militari per strada sono numerosi – racconta –. Un po’ troppe le armi in giro per sentirsi davvero al sicuro». A parte questo, «l’accoglienza è calorosa e il Somaliland è un posto in cui si può lavorare molto bene. Sono venuto via con la voglia di tornare. I colleghi e il personale infermieristico mostrano tutto il loro entusiasmo».
E con grande slancio ha affrontato la sua prima missione Elisa Negri, nata lo stesso anno di Operare per. «Sono partita quasi per caso - racconta la chirurga fidentina - per la defezione all’ultimo momento di un collega: poi, è andata bene, anche se è stata un’esperienza difficile e impegnativa». A volte impossibile. Si sono dovute allargare le braccia di fronte «al neurologico gravissimo: il nonno lo ha appoggiato per terra davanti ai nostri occhi e noi non potevamo fare nulla. Un altro bimbo, colpito da encefalite da Dengue, l’abbiamo visto morire. Così come una prematura di un chilo e un etto. In una giornata si sono presentate le patologie complesse che a Parma si affrontano in tre anni. È stata un’esperienza professionale e umana molto arricchente. È importante ciò che Carmine ha cominciato a fare con la formazione in Ruanda che vogliamo replicare qui. Ma è anche tanto quello che riporti a casa: con la consapevolezza che non è scontato ciò che abbiamo. Ognuno di noi ha il dovere di fare qualcosa per rendere questa ingiustizia meno profonda».
Roberto Longoni