Intervista
Il tenore Fabio Sartori apre il Festival Verdi: «La responsabilità di cantare Otello a Parma»
Nel maggio 2024 era stato contattato, all’ultimo momento, per salvare la prima di «Tosca» al Regio come Cavaradossi: questa sera alle 20 il tenore Fabio Sartori aprirà il Festival Verdi nei panni di Otello, nell'omonima opera.
Sartori, ha già affrontato questo ruolo?
«In realtà no. Ho fatto una produzione a Firenze che però era durante il periodo del Covid: praticamente ho fatto soltanto una recita. Ci sono state molte prove, ma era senza pubblico in sala. È stata un’esperienza un po’ triste, ma in quell’occasione avevo avuto la fortuna di studiare il ruolo per una settimana con Placido Domingo. Poi ho fatto una recita a Monaco e una a Bucarest in forma di concerto, sempre diretta da Mehta. Questo a Parma si può considerare il mio debutto vero e proprio».
Quale nuovo tassello interpretativo ha acquisito in questa produzione?
«Ho debuttato in tanti ruoli verdiani perché la mia voce è più adatta a questo repertorio, come sentimento, come vocalità e come emozioni, ma Otello è molto più complicato, sia dal punto di vista del canto, sia da quello psicologico. È un ruolo molto lungo: c’è l’amore, la disperazione, la rabbia e la gelosia. C’è spesso anche un distacco tra la musica e la linea del canto. È anche un ruolo molto stancante dal punto di vista emotivo perché mi prende tanto. Bisogna poi cercare di prestare grande attenzione ai dettagli scritti da Verdi in partitura: nella fine del duetto con Jago, ad esempio, tutti risolvono l’interpretazione più che altro con la forza, mentre Verdi indica più che altro “solenne”. La bellezza di lavorare con Tiezzi, invece, è stata quella, prima di iniziare le prove di regia, di sederci attorno a un tavolo e leggere il libretto dallo spartito: tutti gli artisti devono sapere cosa stanno cantando».
Cosa significa affrontare questo ruolo in una città legata all’opera così tanto che alcuni parmigiani delle vecchie generazioni portavano addirittura il nome del suo personaggio?
«C’è la responsabilità enorme di affrontare il pubblico e i loggionisti, in particolare, di Parma. Ho fatto moltissime prove nelle quali con il maestro Roberto Abbado abbiamo sperimentato tutti i colori e le emozioni possibili e siamo felici del risultato. Canto Otello con la mia voce, con quello che ho imparato nella mia vita e nella mia carriera nella quale ho spesso affrontato ruoli verdiani. Io mi faccio prendere tanto dal “pathos”, dall’emozione e dai sentimenti: quando finisco di cantare Otello è come se avessi affrontato due opere. Mi pare che l’esito funzioni e spero di trasmettere delle belle emozioni al pubblico».
Giulio A. Bocchi