LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D'APPELLO

Crac Parma calcio, i giudici: «Decisioni devastanti di Ghirardi, ma Leonardi era il regista»

Georgia Azzali

In tanti avevano creduto nel miracolo della coppia Ghirardi-Leonardi. E, d'altra parte, dopo il crac Parmalat, l'industriale bresciano, in sella dal 2007, era il «salvatore» a cui aggrapparsi per far tornare in alto il Parma calcio. Ma il sogno è durato poco, perché già dal 2010 i conti avevano cominciato a non tornare. Fino al de profundis, con la dichiarazione di fallimento del 19 marzo 2015. Nella stagione 2009-2010 Pietro Leonardi era diventato il potente consigliere delegato e direttore sportivo del Parma Fc. Lui avrebbe dovuto strutturare la società, rilanciare la squadra. E sicuramente lasciò la sua impronta, ma perché fu il «regista», secondo la Corte d'appello, delle operazioni, concordate con il patron Tommaso Ghirardi, che portarono il club nella polvere.

Sei anni per Leonardi confermati in appello lo scorso gennaio, con rito abbreviato, e 3 anni e 10 mesi (solo 60 giorni in meno rispetto al primo grado, visto che un reato si è prescritto) all'ex presidente. Bancarotta fraudolenta aggravata e bancarotta documentale, questi i reati contestati a vario titolo. Confermate anche altre 4 condanne, seppure in due casi a pene inferiori, mentre altri 5 imputati sono stati assolti.

Trucchi e spese personali
«Si trattò di un'opera di imponente maquillage patrimoniale - sottolinea la Corte d'appello nelle motivazioni della sentenza riferendosi a Leonardi - realizzata trasversalmente attraverso sofisticati stratagemmi di diversa natura che spaziarono dalle plusvalenze fittizie alle artificiose postergazioni (minusvalenze e rinegoziazioni) sino alle scellerate operazioni di cessione dei diritti derivanti dal contratto con GSport srl, nonché di cessione del marchio Parma Fc, dalla ricaduta depauperante di portata enorme». Ma Leonardi, a cui sono state negate le attenuanti generiche, «è anche l'unico imputato che ha adottato un comportamento propriamente e personalmente predatorio nei confronti della società». E il riferimento dei giudici è a quei 113.216 euro spesi per pagare biglietti aerei e di treni a familiari e amici, per corsi di recupero scolastici per il figlio e anche multe.

La tentata vendita a Taci
Il «regista» e il proprietario della squadra, uno al fianco dell'altro nel tenere le redini della società. Ghirardi, in particolare, «è stato colui - scrivono i giudici - che non solo ha assunto tutte le devastanti, sul piano finanziario, decisioni che hanno condotto al dissesto della società, ma ha anche omesso di rifinanziare la società». E la tentata vendita a Taci, che fece quasi subito marcia indietro? Non fu certo un modo per cercare di sanare la società, perché «è del tutto evidente - spiega la Corte - che lo scopo era solo quello di “rassicurare” i creditori, ma non certo di “rimediare” in qualche modo al dissesto cagionato».

Calciatori e valori gonfiati
Ma ecco le strategie messe in atto. Cominciamo dalle plusvalenze, ovvero la strada maestra per poter presentare conti (apparentemente) in ordine. Non che le plusvalenze siano di per sé illecite, quando avvengono cessioni di giocatori. Il problema nasce quando i valori degli atleti vengono gonfiati. Complessivamente, come viene sottolineato nella consulenza Giordano-Montanari ripresa nella sentenza della Corte d'appello, «a partire dalla stagione 2009-2010, la prima a gestione Leonardi, Parma Fc ha compiuto complessivamente 78 operazioni di mercato producendo complessivamente 195.388.474 euro».

Un cifra vertiginosa, nella quale sono comprese anche numerose plusvalenze lecite, tuttavia quelle fittizie sarebbero comunque «milionarie», secondo i giudici d'appello, che hanno ritenuto del tutto credibile la ricostruzione dell'allora direttore organizzativo Corrado Di Taranto, per cui già nel 2020 fu dichiarato il non luogo a procedere.

La cessione del marchio
Ma ci fu anche un'altra operazione spregiudicata, secondo i giudici d'appello, che ha contribuito a dissanguare le casse della società: la cessione del marchio Parma Fc a Parma Brand srl alla fine della stagione 2012-2013. Un «nome» prestigioso venduto a una società, creata da Ghirardi e Leonardi, che «non solo non era dotata di capacità patrimoniale per corrispondere il prezzo (39 milioni, ndr) della cessione, ma addirittura avrebbe versato la prima rata a distanza di oltre un anno», si legge nella sentenza. Insomma, non fu un'operazione per incrementare la liquidità, così come sostenuto dagli amministratori, «ma depauperò nell'immediato il già barcollante assetto finanziario della società che veniva privata di un'entrata certa», spiegano i giudici.

Un altro passo prima del capolinea. Mentre a tutti gli imputati, ora resta l'ultimo appiglio in Cassazione.

Georgia Azzali

Zsolt Tamasi, l'ungherese con la plusvalenza milionaria

Alcuni nomi non dicono nulla alla maggior parte di noi. Altri accendono ricordi solo nei più esperti. Ma questo è il «gioco» delle plusvalenze, quando servono a truccare i bilanci: ossia, giocatori giovani o semisconosciuti dai prezzi gonfiati rispetto al loro valore di mercato che vengono scambiati senza che ci sia una movimentazione finanziaria. Ciò che sarebbe accaduto ai tempi del Parma guidato da Ghirardi-Leonardi: decine di cessioni con valori decisi «a tavolino», senza che ci siano responsabilità da parte dei giocatori. A spiegare il sistema agli inquirenti, era stato l'allora direttore organizzativo Corrado Di Taranto. Emergono, per esempio, gli scambi con l'Ascoli di Daniele Gragnoli, Emiliano Storani, Zsolt Tamasi e Matteo Di Gennaro. Oppure quello con il Siena di Alberto Galuppo-Andrea Rossi e con il Vicenza l'operazione Milos Malivojevic-Mattia Sandrini. Vengono poi citate le vendite di Niccolò Galli, Matteo Mandorlini e Luigi Palumbo. Ma ecco un esempio emblematico del sistema: l'ungherese Zsolt Tamasi fu ceduto all'Ascoli per la cifra iperbolica di 3 milioni e 400mila euro, con una plusvalenza di 3.370.000 euro, considerando che il valore contabile di iscrizione all'acquisto era di 30mila euro.

G.Az.