Venerdì alle 21
Rastelli, la proiezione di un docufilm per raccontare il suo esempio di cura e carità
Medico per amore. Del prossimo, dei più fragili, degli indifesi. La cura era per lui una vera e propria missione. Tecnica e carezza. Scienza e fede.
Un docufilm ripercorrerà, venerdì alle 21 al Centro pastorale diocesano di via Solferino, la vita di Giancarlo Rastelli, luminare cardiochirurgo e ricercatore venuto a mancare nel 1970. È stato ed è una figura di riferimento lavorativo e scientifico: ha inventato le tecniche Rastelli 1 e Rastelli 2, usate ancora per migliaia di casi di bambini con problemi cardiaci. Ma per molti, colleghi e pazienti, è sempre stato un esempio di sensibilità. Scolpito per sempre nella storia della medicina e nel cuore di chi l'ha conosciuto.
Le sue radici sono ben radicate nel nostro territorio: da ragazzino si è trasferito a Parma insieme alla famiglia (sua padre era di Polesine). Ed è qui che frequenta gli studi classici e poi Medicina. Un momento cruciale, di incontro con la scienza, ma anche con la fede. Il rapporto con Cristo si rafforza in modo profondo anche grazie allo stretto contatto con i gesuiti. La sua vita, così, viene scandita tra università, sport, immersione nella natura, musica classica, amicizie e preghiera. Si rifugiava, quando poteva, nella chiesa di San Rocco.
La fede lo accompagna sin da giovanissimo, diventando valore, amore per il prossimo, considerazione. Rimane faro, anche quando si laurea in Medicina nel 1957. Anche quando vince la borsa di studio della Nato alla Mayo Clinic del Minnesota.
Lo aveva confidato anche a un amico, tramite una lettera: «Ho sempre pensato che la prima carità che l'ammalato deve avere dal medico è la carità della scienza. È la carità di essere curato come va. Senza di questo è inutile parlare delle altre carità. Senza di questo si fa del paternalismo e del pietismo soltanto». Parole che bastano per comprendere il genio scientifico, la fede nella ricerca, la fede religiosa, la predisposizione all’altro di Rastelli.
Il trasferimento a Rochester, negli Stati Uniti, porta con sé gli anni della giovinezza. Le ore trascorse in laboratorio e tra i corridoi austeri di un ospedale. Ed è proprio in quegli anni che mette a punto le sue tecniche innovative di intervento cardiochirurgico per la correzione della trasposizione dei grossi vasi e che proprio da lui prendono il nome: Rastelli 1 e Rastelli 2.
Nel 1964 segue il cuore: si sposa a Chiaravalle della Colomba. Ma è proprio durante il viaggio di nozze che scopre di avere una grave malattia. Il tempo stringe, non ha scampo. Ma nonostante tutto continua ad esercitare la sua professione alla Mayo Clinic. Ha continuato a curare bambini e ragazzi provenienti anche dall'Italia (quando era necessario sosteneva anche le spese per loro). Instancabile e consapevole del poco tempo a sua disposizione, cercava di completare le ricerche tra un ciclo di chemioterapia e l'altro. Il dolore personale sembrava svanire davanti alla possibilità di regalare un futuro migliore agli altri. La malattia segna i giorni. E nel 1970 Rastelli muore a Rochester, rimanendo un esempio per tutti i medici che arriveranno dopo di lui. Esempio di coraggio e speranza. Sempre illuminato dalla fede.
Tanto che nel 2005 l’allora vescovo di Winona (Minnesota), Bernard Joseph Harrington, concesse il nulla osta alla diocesi di Parma per l’apertura della causa di canonizzazione, «per la compassione e l’eroismo con cui Rastelli ha vissuto gli ultimi anni della sua vita», dedicati alla ricerca nonostante la malattia.
Il processo di canonizzazione e beatificazione di Rastelli è stato riaperto ufficialmente due anni fa in Duomo, con il vescovo Enrico Solmi, don Agostino Bertolotti, la direttrice della Caritas Diocesana di Parma Cecilia Scaffardi, insieme ad amici e parenti di Rastelli, autorità e rappresentanti delle istituzioni, del mondo universitario e sanitario della nostra città e l’Associazione medici cattolici italiani di Parma.
Una figura indimenticabile e indimenticata: i suoi occhi buoni, il suo sorriso rassicurante continuano a vivere nei suoi pazienti. Nelle strade e nelle mostre a lui dedicate. Nei racconti di chi l'ha conosciuto.
Nella speranza di una medicina che cura il corpo e l'anima. È lì, scolpito nella sensibilità che si cela dietro un camice bianco. Nella carezza accogliente di chi sceglie la medicina come missione. A chi sceglie la cura come promessa e speranza. Proprio come è stato per lui. Medico per amore.