Tutta Parma
Quando il «banchér» era il confidente della gente di paese
Grazie alla Cassa di Risparmio di Parma che, fin da subito, si era insediata capillarmente in tutta la provincia (dai paesini allora sperduti della nostra montagna come Santa Maria del Taro, Monchio e Palanzano, ai paesi rivieraschi del Po come Zibello, Polesine e Roccabianca per non parlare della «capitale» della Bassa, Busseto), in tutto il territorio sorsero, prevalentemente, le agenzie della Cassa ma anche di altre banche. Ed ogni filiale o agenzia era un mondo, anzi, un «mondo piccolo» per dirla alla Guareschi. Un mondo dove i commercianti che entravano per versare o prelevare denaro, indossando i loro abiti da lavoro, portavano nei locali della banca, i «profumi» della merce che vendevano come: il fornaio, il pasticcere, il salumiere ed il «formajär».
Ma alcuni portavano «profumi» meno gradevoli come certi «pajzàn» che erano appena usciti dalla stalla o avevano appena «strajè al sis».
Oppure vecchiette e vecchietti che, specie in inverno, per combattere l’influenza, tenevano in bocca «'na polèssa d’aj» (secondo le tradizioni popolari efficace antibiotico naturale) ed alitavano sul povero sportellista o sul cassiere che doveva contare i loro soldi. Ma, se in città le banche erano ubicate in sontuosi palazzi in pieno centro, considerati dalla gente le «basiliche del risparmio», sul territorio, le agenzie delle banche sorgevano in edifici meno autorevoli, sicuramente più spartani e, magari, prevedevano pure al piano superiore l’abitazione del direttore della filiale con un bel balcone fiorito e la gabbia con un paio di canarini. Insomma, una cosa più confidenziale. I responsabili delle varie agenzie bancarie, nei paesi, erano considerati vere e proprie autorità unitamente al medico, al maresciallo dei carabinieri, al prete, farmacista, veterinario e ostetrica. La gente li chiamava «banchér» ed erano i direttori d'agenzia bancaria, cioè coloro che, unitamente al prete e al maresciallo, conoscevano vita, morte e miracoli di tutti anche perché, se uno andava a confidare in chiesa le debolezze dell’anima, allo stesso modo e, per motivi sicuramente più profani ma non certo meno importanti, sentiva l’ esigenza tutta terrena di andare a svelare anche le debolezze e le fortune del proprio portafoglio. E allora il «banchér» «confessava» i propri clienti i quali, solo a lui, confidavano certi segreti che, magari, neppure la moglie e i figli conoscevano. Erano tempi in cui le banche dovevano combattere contro concorrenti molto temibili: il materasso e la mattonella. Infatti la gente, particolarmente diffidente, preferiva nascondere quei quattro soldi guadagnati con il sudore della fronte e tanti sacrifici in mezzo al crine del materasso, oppure sotto una mattonella della cucina o della camera dal letto.
Il «banchér», solitamente, si esprimeva in dialetto anche per essere più vicino alla sua gente, per lo più agricoltori, che stentavano a rapportarsi con chi parlava un italiano forbito. E, se il «banchiere» era originario del posto, era ancor meglio in quanto era considerato uno «di casa» o non un «forastér» del quale diffidare comunque. Non era raro che il «banchiere», giornalmente, si recasse nelle varie case coloniche per agevolare il «pajzàn» sempre indaffarato nei campi o nella stalla. Ma era talmente furbo e smaliziato, nonché profondo conoscitore della sua gente, che non visitava mai un agricoltore in orari canonici e cioè a mezzogiorno quando la famiglia contadina si metteva a tavola, oppure verso sera quando era l’ora della mungitura.
E allora non restava altro che fare una capatina a metà mattina, oppure alla sera dopo cena quando la famiglia contadina andava in veglia nella stalla e il «rezdór» poteva prendersi la libertà di parlare in tutta libertà con il «sjór banchér» in cucina accanto al camino con davanti una bottiglia di bianco o rosso.
Un tempo computer, calcolatrici portatili, sofisticati sistemi informatici ora utilizzati da tutte le banche (sempre più simili a basi spaziali), non risiedevano nemmeno nei sogni, quindi, il «banchiere» riscuoteva il denaro rinchiuso in maleodoranti sacchetti, il tutto tenuto insieme da un robusto spago. Alcune volte non rilasciava nemmeno la ricevuta tanta era la fiducia che il cliente riponeva in lui, altre volte estraeva un blocchetto di carta sul quale, con la matita copiativa che inumidiva con la lingua, riportava l’importo della somma ricevuta che avrebbe investito al meglio. Ma non era finita qui: sovente il «rezdór» allungava al «banchér» anche altri libretti da aggiornare con gli intessi: quello della vecchia «rezdóra», dei figli o di qualche parente di cui il padrone di casa era il parsimonioso e attento gestore dei risparmi.
Il «banchiere», allora, riponeva in tasca quei libretti che odoravano di naftalina oppure «äd polär» per poi riportali aggiornati il giorno dopo con i «frutti» che, per il «rezdór», erano sempre pochi. Ma il direttore d'agenzia bancaria d’un tempo non era soltanto il rappresentante della banca, il gestore in loco del potere economico. Egli era pure una figura paterna per i giovani sposi che dovevano mettere su casa, per l’artigiano che doveva acquistare la merce, oppure per l’agricoltore al quale una grandinata aveva portato via il raccolto.
Aveva un’anima e, quest’anima, la testimoniava ogni qual volta poteva facilitare la sua gente che in lui vedeva un personaggio dalle virtù taumaturgiche. Nella massiccia cassaforte del suo ufficio erano rinchiusi tutti i segreti della propria comunità: ricchezze, miserie, debiti e crediti ma, soprattutto, in quel massiccio forziere, c’era dentro il sudore, il lavoro e le fatiche di gente che lavorava e cercava di risparmiare sognando un domani più roseo, oppure pensando ai momenti di magra ai quali poteva andare incontro. Conosceva i suoi compaesani uno ad uno, li chiamava per nome, non mancava mai a matrimoni, battesimi e funerali. Per lui era un vero e proprio rito consegnare ai bimbi delle elementari, il 31 ottobre, in occasione dell’ autunnale «Giornata del Risparmio», che profumava di mosto e di nebbia, il mitico salvadanaio di metallo con la vistosa etichetta «Cassa di Risparmio di Parma». Conosceva a tal punto le varie fasi dell’anno agricolo che «corteggiava» i «pajzàn» quando veniva loro pagato il latte dai vari caseifici, oppure nel periodo del raccolto del frumento e «dill bàrbi» (barbabietole) aiutandoli però in occasione dei vari «San Martén» quando dovevano impiantare una nuova casa e una nuova stalla.
Davanti ai suoi occhi e ai suoi registri vedeva passare padri, figli e, a volte, anche nipoti. Conosceva bene chi lavorava e chi era equilibrato e chi, invece, ragionava più con la stanga che con il cervello. Erano tempi in cui il romanticismo aveva il sopravvento sulla fredda valutazione tecnica e le lacrime di un padre di famiglia riuscivano ancora a commuovere chi stava dall’altra parte del bancone.
Molte volte il «banchér» faceva pure da paciere mettendo d’accordo padri e figli, fratelli e cugini che, per motivi d’interesse, erano costantemente «in bùjia». Una volta ristabilita la pace in famiglia, al «banchér», in segno di fiducia e gratitudine, sarebbero giunti i risparmi di quella gente, magari avvolti nel solito unto e bisunto foglio di giornale «ch’al spusäva äd bida o äd polär».