Serie A
Cuore e capacità di soffrire: le doti del Parma mutevole
In un campionato mediocre e di poca qualità nei bassifondi, un pareggio a Marassi non deve essere affatto disprezzato. Diciamoci la verità, senza paura di essere smentiti: in molti tra i tifosi del Parma, subito dopo l'ingenuità di Ndiaye, costata un'espulsione decisamente evitabile, si erano rassegnati, convinti che con l'uomo in meno per quasi un'ora sarebbe stato alquanto problematico uscire indenni da Genova.
Punticino vitale
E, invece, l'ottima organizzazione in fase difensiva, unita a tanta buona sorte (ma, si sa, la fortuna spesso aiuta gli audaci) e a un avversario non certo trascendentale, ha permesso al Parma di portare a casa il punticino che voleva. Tutt'altro che scontato, riavvolgendo il nastro e analizzando i precedenti poco lusinghieri contro le dirette concorrenti: basti pensare che lo scorso gennaio, sempre al Ferraris, in una partita molto più equilibrata, i gialloblù, allora guidati da Pecchia, avevano perso di misura su un tiro di Frendrup, deviato da capitan Delprato, che colse di sorpresa Suzuki. E, al netto della straordinaria prestazione del redivivo portiere giapponese, i non troppi aspetti positivi emersi dalla sfida salvezza di domenica sono il cuore, il carattere e la voglia di reagire alle difficoltà. E due armi che non sempre in passato si erano viste: la capacità di soffrire tutti insieme e di cambiare pelle anche in corso d'opera, a seconda di esigenze e necessità del momento.
Lotta e mentalità
«Se non puoi vincere, assicurati di non perdere». La celebre citazione dell'indimenticato Johan Cruyff rispecchia fedelmente la situazione del Parma attuale, che fatica tremendamente a costruire occasioni (anche nei primi quaranta minuti, in undici contro undici, nessun tiro nello specchio) e prima della sosta era caduto al Tardini col Lecce: questa la sostanziale differenza, con il match in terra ligure, sul piano dell'atteggiamento e della mentalità che si sono rivelate più forti e decisive di un paio di gravi errori individuali (Ndiaye prima e Troilo in pieno recupero, con quell'intervento sciagurato in area ai danni di Ekhator) potenzialmente fatali.
Parma camaleontico
E se le idee nel reparto offensivo appaiono confuse e pressoché nulle, la sosta è servita per studiare e trovare le contromosse, in assenza di Valeri. Il 4-2-3-1 iniziale, che si trasformava anche in un 4-3-3 (Bernabé si alternava tra il ruolo di trequartista e interno destro a centrocampo), deve ancora essere oliato e metabolizzato anche perché due dei quattro interpreti della difesa, Circati e Britschgi, hanno fatto ritorno a Collecchio dalle rispettive Nazionali solo nella seconda parte dell'ultima settimana. Il «rosso» di Ndiaye ha poi costretto Cuesta a rivedere i suoi piani: dentro Valenti per Bernabé e spazio al 4-3-2, rimodellato all'intervallo in seguito all'ingresso di Ordoñez al posto di Almqvist. Fino alla mossa di arretrare, in pianta stabile, Estevez sulla linea dei centrali Circati e Valenti per quello che, a tutti gli effetti, è diventato un 5-3-1 di puro contenimento, con Cutrone, elogiato dal tecnico spagnolo in conferenza, a sfiancarsi nell'inedita posizione di mezzala. Nessuno si è tirato indietro, mantenendo sempre elevato il livello di attenzione e concentrazione, e tutti, dal primo all'ultimo, hanno dato dimostrazione di spendersi per la causa. Segno che il gruppo crede in quello che Cuesta prova e prepara in allenamento e, in attesa del gioco (particolare non secondario), la capacità di soffrire rappresenta una buona base di partenza per chi ha come unico obiettivo stagionale la salvezza.
Marco Bernardini