memoria storica

«Caro Giacomo, mi chiedono di te». Il cugino Fausto ricorda Ulivi

Paola Guatelli

Cugini ma soprattutto amici. Amici fraterni. Uniti dalla passione per il cinema e dalla politica, dall'amore per la “cosa pubblica”. Fausto Fornari e Giacomo Ulivi, di cui oggi, 29 ottobre, si celebra il centenario dalla nascita. Una data che va ricordata assolutamente per l'inestimabile eredità di valori e ideali che ha lasciato Giacomo Ulivi, fucilato dai fascisti a Modena il 10 novembre del 1944, a soli 19 anni, e perché dalla sua “giovinezza tenace”, come la definì il suo professore Attilio Bertolucci, sono nati insegnamenti ancora oggi più vivi che mai.

Fausto Fornari, lei era un po' più piccolo di Giacomo, ma questo non fu un ostacolo per la vostra amicizia.

No assolutamente, io e Giacomo eravamo sempre insieme. D'estate a Ozzano, nella casa dei miei genitori, d'inverno in città. Lui veniva a casa mia dove proiettavamo dei film muti, qualcosa si trovava sempre da scoprire e da vedere. Oppure preparavamo degli sketch. Era molto spiritoso, Giacomo, una mente brillante. Lui aveva un anno e mezzo più di me: eravamo in collegio al Maria Luigia insieme, frequentavamo il liceo classico ma in classi diverse. Lui aveva altri compagni di scuola, e io, un po' più piccolo, entravo nei loro gruppi perché c'era Giacomo. Ci stavo volentieri. Io avevo il proiettore a passo ridotto, e Giacomo, quando aveva appena 15-16 anni, andava a Bologna dove c'erano le case di distribuzione cinematografiche per noleggiare dei film d'autore … questo per dire l'emancipazione di Giacomo.

Quali sono state le figure della vostra famiglia che hanno inciso sulla vostra formazione?
La mamma di Giacomo, Maria Luisa era cugina di mio padre. Mio padre era molto attaccato a lei, perchè era rimasto orfano a quattro anni ed era stato aiutato dallo zio, l'ammiraglio della marina militare italiana Fornari, che era il papà della mamma di Giacomo. Mio padre a 16 anni fu così inserito nella Marina Militare dallo zio che era il fratello di suo padre. Giacomo è cresciuto in questo ambiente militare e nazionalista. Giacomo era un attivo, attento alla realtà che lo circondava, ed era interessato a capirne di più di quel movimento fascista che allora pareva incantasse buona parte degli italiani. Diceva che c'erano in esso alcuni valori che andavano studiati, attenzionati, come si direbbe oggi. Era un ragazzo di 13 anni e vedeva il mondo da una posizione piccolina, ma noi eravamo veramente appassionati alla cosa pubblica. Io però non condividevo il pensiero di Giacomo. Perché mio padre era antifascista e da bambino io seguivo quello che diceva papà. Fin dalla Guerra d'Abissinia nel 35-36 in casa sentivamo una radio svizzera Monte Ceneri, (inaugurata nel 1933, un simbolo di libertà durante la Seconda guerra mondiale ndr.) che raccontava le storie vere sull'invasione dell'Etiopia, mentre sulla radio nazionale era tutto un elogio, propaganda pura. Giacomo pensava che nel fascismo qualcosa di buono si potesse trovare, aveva intravisto anche dei valori, tipo l'interesse per il sociale... mentre io gli dicevo che per me era tutto brutto, perché quando cominci a togliere la parola al tuo interlocutore è finita. C'era una lieve polemica quasi quotidiana in casa. Mio papà antifascista e mio cugino poco più che 13enne attratto dal Duce discutevano spesso amabilmente. Giacomo voleva capire se all'interno del Movimento fascista ci fossero degli spiragli di democrazia e libertà. E sennò costruirli possibilmente.

E voi facevate questi discorsi a 13, 14 anni? Eravate molto maturi.
Giacomo era stramaturo, di una precocità impressionante, anche a scuola era il primo in tutte le materie, sia scientifiche che letterarie. Le pagelle perfette, i voti erano tutti al massimo. Quando morì e si seppe cosa gli era successo, i suoi professori piansero e scrissero dell'altruismo straordinario di Giacomo e della sua bontà eccezionale. Un piccolo esempio. Quando, c'era il compito in classe, il professore dava il tema alla classe e ne preparava 2 o 3 perché sapeva che Giacomo in quell'ora ne avrebbe fatto uno per sé e gli altri per i compagni passandoglieli sottobanco. I professori lo sapevano, ma non potevano farci niente, perché Giacomo era così: altruista, molto intelligente, molto appassionato a sapere, a conoscere, sempre desideroso di approfondire le cose. Poi era anche molto bravo nello sport, mentre io no, ero negato... non ho mai fatto un'ora di ginnastica a scuola e mi nascondevo sotto i banchi per non farmi chiamare. Invece lui giocava a tennis, al pallone, era appassionato di calcio andava a vedere le partite alla domenica, quindi, sport a parte, facevamo tutto insieme. Anche se di tempo libero ne avevamo davvero poco.

Perchè?
Al Maria Luigia eravamo semiconvittori, il che vuol dire, se non ricordo male, entrare in classe alle 8,30 del mattino e uscire alle 7 di sera, tutti i giorni tranne la domenica. Sabato compreso. Tutta la settimana, tutta la giornata dal mattino alla sera impegnati con la scuola, ci mancava il tempo materiale per fare altre cose. Tranne la passeggiata in corso Vittorio Emanuele, ovvero strada della Repubblica, quella era la passeggiata degli intellettuali (sorride).

Quando e perché Ulivi finì di credere nel fascismo?
La speranza di trovare qualcosa di buono nel fascismo crollò in Giacomo con i guai della politica estera di Mussolini. Con i postumi della guerra d'Etiopia, una guerra inutile, sanguinosa e oscena, il suo senso morale venne intaccato, ci furono poi la guerra di Spagna, con altri giovani andati a morire e le schifose persecuzioni anti ebraiche e la guerra di Grecia: tutte queste delusioni sul piano estero hanno cominciato a far crollare la fiducia di Giacomo nel governo. Dalle critiche alla politica estera alle critiche alla politica interna, quindi critica totale su tutto. Da lì nacquero la ribellione e il pensiero antifascista. E abbiamo cominciato a pensare insieme ai nostri piani “rivoluzionari” (sorride) e a trascriverli sui quaderni di scuola. Ci siamo trovati di fronte a degli interrogativi molto pesanti. E le risposte le trovavamo nelle nostre letture, nei nostri cervelli e nelle conversazioni con mio padre.

Mai abbandonando l'amore per il cinema...
Vero. Al liceo scientifico Ulivi, da qualche anno c'è una mostra permanente con tante fotografie di Giacomo e una serie di fumetti su Mussolini. Le didascalie furono scritte da Giacomo, erano fumetti che componevano un fotoromanzo. «La sagra dei fantasmi», lo chiamammo. Un racconto satirico per immagini della rocambolesca liberazione di Mussolini denominata Operazione Quercia. Un duce abbacchiato e spento, interpretato da Giacomo, prima liberato dai tedeschi poi scortato e sorretto dalle guardie viene condotto in ospedale. Il testo è dello stesso Mussolini liberato, primo discorso dopo la riscostruzione del partito fascista. Otto, dieci foto di Mussolini liberato che ringrazia: viene messo in ospedale e parla agli italiani e intanto gli viene fatto un clistere. Giacomo era stato lo sceneggiatore e primo attore, e io il regista. Poi c'erano anche altri ragazzi, tra cui mio fratello e mio cugino. L'abbiamo “girato” nel 1943 nel parco della villa di mio padre a Ozzano dove eravamo sfollati. Giacomo era nostro ospite quando il Duce venne liberato e da qui ci venne questa idea del fotoromanzo. La parola d'ordine era non diffonderlo, ma la cosa più incredibile è che quando l'abbiamo girato avevamo le SS nel giardino della villa. Facendo questa satira politica rischiavamo parecchio. Ma poi c'era l'altro pericolo legato al farlo stampare. Chi è che lo stampa? Giacomo ha detto “Ci penso io”. Ecco lì ho capito che aveva già qualche contatto.

Si è reso conto in questo frangente che Giacomo stava iniziando a fare politica attiva?
L'8 settembre che ha dato luogo al nostro fotoromanzo, ha portato i tedeschi in Italia, e di conseguenza la necessità di tutelare quei militari italiani che stavano cadendo nelle mani dei tedeschi; bisognava impedire che i tedeschi facessero prigionieri questi nostri soldati che erano allo sbando, perché il governo di Badoglio era partito per Brindisi e aveva praticamente detto “arrangiatevi”. Giacomo con alcuni professori aveva organizzato dei movimenti di resistenza nelle nostre montagne a Bedonia e Borgotaro perché lì si erano rifugiati quei militari che dal sud volevano tornare al nord a casa loro. Giacomo si è occupato come prima cosa di questa solidarietà per i soldati italiani. Poi nelle settimane successive si trattava di prendere contatto con gli alleati per il lancio di armi e viveri dagli aerei, e quindi Giacomo andò in Toscana dove c'era questo inizio di formazioni militari partigiane.

Eravate giovanissimi e già dovevate pensare alla morte...
C'era la consapevolezza di morire: vedevamo portar via della gente anche qui ad Ozzano, 4,5 persone sono state internate in Germania, altre fucilate. Il problema morale comune a tutti i giovani era questo: dobbiamo cercare di salvare la pelle, e quindi non cercare rischi non andando nei partigiani, perché andare nei partigiani vorrebbe dire mettersi contro legge e rischiare, oppure entrare nel nuovo esercito fascista? E per quelli che rimanevano a casa, renitenti alla leva, se venivano scoperti c'era la pena di morte. Era un grande dramma anche per i genitori.

Ma Giacomo Ulivi non ebbe dubbi sulla scelta da fare...
Giacomo diceva “Io a casa non ci sto”, ma nei partigiani non posso andare perché sparano e io non voglio ammazzare nessuno. Era un dramma ...ma i giorni passavano, i tedeschi aumentavano come numero e come pressione. Così decise che avrebbe partecipato alla Resistenza ma rimanendo in città prendendo iniziative antifasciste, antiguerra. Ma dalla città.

Lei condivise questa sua scelta?
Per niente, io gli dicevo: così rischi tre volte di più, perché nei partigiani, tu non sei solo ma sei in un gruppo di uomini in modo che vi difendete a vicenda, vi potete spostare, ma in città non sai niente, continui a fare apparentemente la tua vita e non sai che qualcuno sta annotando il tuo nome, ti sta seguendo, e sa che tu sei renitente alla leva, così una mattina alle 4 suonano il campanello e ti portano via. Giacomo però decise comunque di stare in città. E cosa successe? Uno di questi professori, che viveva in un'altra regione probabilmente vantandosi di quello che stava dicendo, parlò al caffè con gli amici e gli scappò detto che a Parma si stava organizzando qualcosa per la Resistenza: venne arrestato, forse messo sotto tortura. Così spifferò tutto. Fece i nomi di giovani parmigiani.

Tra cui suo cugino Giacomo...
All'interno del tribunale della città del professore, c'era un magistrato che, dopo essere venuto a sapere che questo docente suo concittadino aveva fatto i nomi di giovani parmigiani, aveva chiamato il suo collega corrispondente di Parma mettendolo al corrente del fatto che c'erano dei ragazzi che stavano per essere arrestati. Il magistrato parmense che aveva un figlio in quel gruppo, oltre a salvare suo figlio salvò anche gli altri facendo scattare il passaparola: “scappate perché entro poco tempo vi vengono ad arrestare”. Ma Giacomo purtroppo non ce l'ha fatta.

Perché non è riuscito a salvarsi?
Giacomo era figlio unico, viveva con la madre che aveva per questo figlio un amore sviscerato, forse perché ne aveva persi altri due prima, forse perché era un ragazzo unico davvero, una persona eccellente, amato veramente da tutti. Non riesce a scappare subito perché avrebbe dovuto raccontare tutto alla mamma che non sapeva niente. Insomma, perde del tempo e alla notte del giorno successivo la polizia lo arresta e lo porta nelle carceri provvisorie di palazzo Rangoni. Era il marzo del '44. Viene rinchiuso lì, mentre la mamma viene fermata e portata nella città del professore per un confronto, e poi riportata a Parma. Il giorno dopo ottiene il permesso di andare a parlare con il figlio. Quando lo incontra a palazzo Rangoni Giacomo le dice “ma perché sei venuta proprio adesso? io devo andare in bagno, aspettami vengo subito”. Invece infila una finestra, scappa sui tetti, passa davanti alla sentinella, fa il saluto romano e si va a nascondere dai cugini Rinaldi nella loro abitazione poco distante dalla Prefettura. E' stato rinchiuso qualche giorno in una cassapanca di legno dove una volta tenevano la farina. Poi attraverso degli amici comuni riesce ad andare a Modena..

Questi sono gli ultimi giorni di Giacomo Ulivi a Parma, e a Modena cosa succede?
A Modena deve riprendere tutto da capo, non è conosciuto, non ha agganci, passa il tempo a inserirsi, ma ci riesce. Ha bisogno di documenti falsi, li ottiene, e un giorno, quando esce dal comando della Guardia repubblicana a Modena in via Farini, viene fermato da uno della Brigata nera che gli chiede i documenti. Questo capisce che sono falsi e lo arresta. Dopo qualche giorno, il 10 novembre 1944, viene fucilato. Ci sono due spiegazioni sul perché sia stato ucciso: per rappresaglia, perché i partigiani modenesi avevano conquistato un paese del modenese e quindi i fascisti lo fecero per ritorsione, oppure perché nei giorni precedenti, durante un rastrellamento era stato ucciso un tedesco, quindi l'esecuzione di Giacomo fu per vendicare la morte di questo tedesco.

Come ha appreso la notizia della morte di Giacomo?
La guerra era finita da qualche settimana, ma non avevamo ancora notizia di lui. Un giorno, mi trovavo a Ozzano: mio papà era venuto a casa da Parma con una faccia stravolta che mi ha impressionato subito. Mi diede una lettera della zia di Giacomo, che diceva “Caro Fausto il tuo grande amico non c'è più. Pensa alla sua mamma, stalle accanto”. Io ero convintissimo che una volta scappato a Parma si fosse salvato. Pensavo: adesso si sarà nascosto bene, aspetterà che passino 4-5 mesi, il tempo che finisca la guerra. Erano questi i miei pensieri. Mai e poi mai mi sarei aspettato una notizia così.

E' stata la famosa lettera di Giacomo agli amici a spingerla a fare il cortometraggio “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”?
Non solo. Tutte le notti sognavo Giacomo e i miei amici caduti durante la Resistenza, volevo che il loro sacrificio non fosse dimenticato. Dovevo fare qualcosa per ricordare questi ragazzi che nel dopoguerra erano stati come sepolti nell'oblio. Soltanto dopo il '60 c'è stato un riconoscimento dell'importanza del movimento partigiano, ma dal '45 al 60 ci fu un rigurgito di fascismo dappertutto, tant'è che il mio cortometraggio non trovò un acquirente anche se aveva ottenuto un sacco di riconoscimenti. Il mio documentario è stato girato nel '52, finito nel '53. E' stato il primo documentario antifascista dalla fine della guerra, dalla fine della guerra erano passati 7 anni. In quegli anni nessun distributore di film in Italia lo ha voluto acquistare e tutti mi dicevano: “Ma la smetta con 'sta faccenda del fascismo”. Addirittura un grande distributore Medaglia d'oro della Resistenza mi disse, “caro Fornari, lei ha mille qualità, le compro tutto quello che vuole, ma non mi parli del fascismo. Il fascismo è finito. Nessuno ne parlerà mai più”. Nonostante questa chiusura iniziale, il documentario ha avuto un successo incredibile.

Ferruccio Parri, primo presidente del governo del dopoguerra disse che “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” di Fausto Fornari non solo è il primo cortometraggio sull'antifascismo cronologicamente dopo la Liberazione ma è il primo anche spiritualmente.
Questo mi piace molto, e mi pare sia giusto. Io ci ho messo tutta l'anima. Qualcuno mi ha detto non c'è politica in quelle lettere, ma cosa c'è di più politico che dare il proprio corpo e la propria vita perché tu sia meglio di me?

Il suo corto ha vinto il premio come miglior cortometraggio a Venezia nel 1953, e la medaglia d'oro al Festival mondiale della gioventù di Varsavia sempre nello stesso anno.
A questa rassegna cinematografica la cui giuria era composta dai massimi critici e studiosi del mondo, la medaglia era già stata assegnata a un documentario, il mio corto arrivò dopo, per colpa della delegazione italiana che lo presentò in ritardo. Quindi non era entrato nella lista dei premiandi. Però il presidente di giuria, Joris Ivens,decise di vederlo comunque, e alla fine della proiezione disse “Questo deve vincere”, ma non si poteva togliere la medaglia d'oro a chi l'aveva già presa. “E allora ne facciamo una nuova” decise...così al mio documentario hanno dato una medaglia d'oro ex aequo. Poi la medaglia non mi è mai arrivata. Ho chiesto in giro, ma non ho mai più saputo niente. Non denunciai il furto per amor di Patria.

Paola Guatelli