Tragedia

Giorgio Miodini si è tolto la vita nella casa di via Marx

Non erano i 14 anni inflittigli per l'omicidio della moglie: la condanna di Giorgio Miodini era respirare, dormire e stare nell'incubo nel sogno come nella veglia. Ascoltare il cuore battere fino a quando il destino volesse per lui equivaleva a un «fine pena mai». Assediata, senza speranza da molto prima del 15 maggio 2024, dopo la fucilata che aveva ucciso nel sonno Silvana Bagatti, la vita dell'ex tassista si era fatta insopportabile. Così la decisione di uscire di scena per sempre. «Il triste epilogo di un dramma della solitudine dei nostri giorni» scuote il capo Mario L'Insalata, che con il fratello Filippo era diventato più che il suo avvocato difensore.

A dare l'allarme è stata una vicina, l'altro ieri, insospettita dalla porta che non s'apriva. Tornato ai domiciliari in via Marx da una dozzina di giorni, il 78enne aveva diritto a ricevere le visite di chi lo riforniva di spesa e farmaci. Impossibile si fosse allontanato senza che scattasse l'allarme del braccialetto elettronico. Inoltre, non rispondeva al cellulare dissequestrato il 22 settembre scorso, al termine dell'ultima udienza.

Oltre la porta, per Miodini non c'era più nulla da fare. E forse così era anche prima, per quest'uomo - incerto, smagrito quasi volesse farsi trasparente - finito alla sbarra per aver ucciso la donna alla quale si era dedicato senza risparmiarsi. Lei, sprofondata nella depressione, non usciva più. Lui era i suoi arti, i suoi sensi, il tramite con il mondo.

Miodini aveva insistito per tornare nella casa della tragedia. «Devo sistemare alcune cose» aveva detto. Sembrava sereno, e forse era già andato oltre, lui che con un filo di voce diceva di non aver trascorso un giorno senza pensare «a quel mattino». Era stato accolto dall'abbraccio dei vicini (alcuni lo avevano abbracciato già in aula, dopo la deposizione), consapevoli del suo dramma di uomo mite imprigionato in qualcosa di troppo grande. Di questo si deve essere tenuto conto, nel giudizio. La sentenza era stata la più «indulgente» possibile: non ci sarebbe stato appello. Ma il primo a non volerselo concedere è stato lui stesso.

Roberto Longoni